Un buon esordio per il trio YYZ

YYZ si presenta come un trio capace di creare un universo sonoro avvolgente e suggestivo, tutto loro, anche se con chiari riferimenti al Post Rock e all’immaginario dei Boards of Canada.

Il loro primo album, The Name of This Band Was Another, è un viaggio tra atmosfere malinconiche e riflessive, dove ogni nota sembra tessere un racconto senza parole. Costanza Scaroni al basso, Francesco Levi alle batterie e ai disegni, e Tiberio Faedi con chitarra, synth e drum machine, mettono in campo un sound che guarda con curiosità e audacia verso territori ancora da esplorare.

Un’opera che invita l’ascoltatore a perdersi e a ritrovarsi, in un universo sonoro ricco di sfumature e di emozioni da scoprire.

She Was Thin All Light apre il viaggio con un’atmosfera malinconica, come se il sole fosse appena tramontato. La traccia d’apertura è dedicata a una ragazza alta, sottile, dai lunghi capelli, che sembrava tutta luce. Tuttavia, col passare del tempo, quella luce si è affievolita. Non è mica colpa sua: semplicemente, le cose vanno così. Dal punto di vista sonoro, questa malinconia assume le forme e i colori di un cosmo profondo, un universo che si trasforma in un’ansia danzabile, scandita dai giri di basso e dalla sezione ritmica essenziale. È qui che la chitarra si fa protagonista, impreziosendo il sound con linee melodiche che sembrano dipingere emozioni sottili e sfumate, creando un equilibrio tra introspezione e movimento.

Con La Lois de Casuistique, è il basso a tracciare la rotta, guidando l’ascoltatore attraverso un paesaggio sonoro più cupo e misterioso. Il suono si fa più oscuro, ma allo stesso tempo assume una sobria eleganza che ne esalta la profondità. Sebbene lo schema di base richiami quello utilizzato nella prima traccia, questa terza composizione rappresenta un punto di svolta: i timbri e i registri sonori cambiano radicalmente, creando un contrasto che arricchisce l’intera esperienza musicale. È un esempio di come gli YYZ siano capaci di sperimentare con la forma e il colore del suono, portando l’ascoltatore in territori più maturi e complessi.

Child Of The Moon si apre con un’introduzione fortemente elettronica, caratterizzata da un affascinante intreccio tra arpeggiatori e campioni di canti aborigeni, che danno immediatamente un tocco misterioso e avvolgente alla traccia. A questa tessitura, si aggiunge un tappeto di synth, che si fonde con il basso, creando una texture sonora tra le più elaborate e insolite dell’intero album. Questa apertura dimostra fin da subito la volontà della band di sperimentare e di spingersi oltre i confini tradizionali, offrendo un’esperienza sonora coinvolgente e ricca di sfumature.

Gli YYZ riescono a farti perdere completamente nella loro musica: The Name of This Band Was Another è un disco ben riuscito. Nonostante in questi brani coesistano molte anime e sfumature, il trio è riuscito, già con il primo album, a trovare un proprio sound e una propria identità, dando vita a un universo sonoro che invita all’ascolto e alla riflessione.



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