Una musica che suona tra le stelle e viaggia nella galassia: Satellites di Emma Grace è uno splendido sogno

Fin dal primo secondo, fin dal primo ascolto, sembra di ritrovarsi immersi in un’altra dimensione: non stiamo soltanto osservando un corpo celeste muoversi nel cielo, non stiamo viaggiando su un razzo verso lo spazio aperto, ci stiamo nuotando all’interno. Questa è la sensazione che la voce di Emma Grace, compositrice, cantante e violinista italo-americana, infonde nell’ascoltatore con la prima traccia introduttiva, HYENA, del suo nuovo disco: Satellites.

Il disco ha in comune con i precedenti lavori il processo creativo personale ed intuitivo privo di una vera pianificazione e lasciato maggiormente alle emozioni e all’interiorità dell’artista. Satellites nasce durante un periodo in cui Emma Grace ha condiviso spazio e tempo con Tobia Poltroneri (C+C Maxigross) e Ticonzero: la collaborazione con musicisti di questo calibro e una direzione artistica affine alla sua visione musicale ha spinto Emma Grace a lavorare spontaneamente sui nuovi brani, arricchendoli e completandoli con naturalezza.

Sospeso tra ambient, minimalismo e songwriting, Satellites è un disco in cui l’ascoltatore rimane in bilico, come se nuotasse immerso in un liquido amniotico in cui tutto è vicino e allo stesso tempo distante: un’immobilità dinamica, un abbandono vibrante, carico di presenza. Al limite della sperimentazione, Stellites contiene molte anime all’interno delle sue tracce e strizza l’occhio, nella sua composizione, ad una varietà di generi e influenze amalgamate tra loro con la giusta maestria.

Emma Grace rimanendo fedele al proprio percorso musicale e umano esprime in musica il legame con la natura e con il corpo, la dimensione digitale e quella fisica, tentando di esplorare la soglia in cui naturale e artificiale si mescolano, il contrasto tra il sound etereo della voce e la durezza degli strumenti ne è la prova pratica. Il risultato è una musica monumentale che si esprime violenta e bellissima, come nel brano SATELLITE, il più pop del disco, ma anche il più incisivo capace di riassumere per intero la poetica del disco.

Fin dal primo ascolto si riesce a capire, intuitivamente, l’approccio compositivo dell’artista. La musica non nasce quasi mai dai testi, ma viene ragionata in primis in forma di melodia partendo da vocalizzazioni spontanee, quasi a voler creare un nuovo linguaggio, provvisorio e ingenuo. In questa fase è il suono che predomina l’aspetto compositivo: la voce gioca alla ricerca di vocali e consonanti che solo in un secondo momento si trasformano in parole vere e proprie. Come conferma l’artista stessa, il suo interesse va’ soprattutto alla “musicalità fonetica, la naturalezza con cui certe parole trovano posto senza cercarle”. STUCK, il quarto brano del disco è esempio esplicativo di quanto detto in precedenza.

La voce è il segno distintivo della musica di Emma Grace: la componente fondamentale da cui parte tutto e da cui tutta la sua musica si crea. Essa è protagonista nelle parti recitative si SCARS AND STARS, così come nel rock sperimentale e frenetico di N.F.T.W., passando per i passaggi amniotici di LAVA e THE ROE. La voce, per Emma, non diviene solamente uno strumento di espressione artistica che si infila tra i bassi di ARK o ai ritmi di N.F.T.W, ma essa rappresenta un canale per accogliere, far fiorire e trasformare emozioni sopite e nascoste. Immersi in questo sound l’anima sembra abbandonare il corpo, per viaggiare attraverso un luogo e un tempo lontano, alla ricerca di se stessi, accompagnati da una voce che risuona come un mantra dentro di noi.

Un’esperienza misteriosa, non scontata, gratificante.



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