Forma Mentis, un album fuori dal coro

Forma Mentis è il nuovo lavoro di Umberto Maria Giardini, pubblicato il 22 Febbraio per Ala Bianca Records e distribuito da Warner Music Italia. Un lavoro fuori dal coro

Ci mette tempo Umberto Maria Giardini a regalarci i suoi lavori. Due anni sono trascorsi da Futuro Proximo, da quel capolavoro dadaista che recensii tempo fa, da quel vento di freschezza nel panorama musicale italiano che si posizionava con un piede nel passato e uno nel futuro, di certo lontano dal presente.

Torna con Forma Mentis, accompagnato da un’intenzione ben precisa, lasciare un segno differente nel panorama musicale italiano dominato da generi emergenti e storpiature pop dell’universo indie.

Umberto Maria Giardini, al suo quarto disco in studio a proprio nome, fa una scelta precisa: rispolverare in maniera originale le sonorità anni ’90 che fecero sognare le generazioni legate ai fenomeni rock internazionali.

Un disco per niente delicato, ricco di sonorità intense, dure, rock, psichedeliche, addolcito da una testualità evanescente, metaforica che ci rassicura sulla proprietà intellettuale del disco. Un mix che porta a firma di un autore per niente facile, complesso, multiforme capace di spiazzare, disorientare.

In Forma Mentis si sente tutta l’esperienza acquisita in venti anni di carriera accanto alle maggiori band alternative del panorama musicale italiano. Il disco, fin dalla sua apertura si presenta maturo e consapevole, studiato e privo di fronzoli o retorica inutile. Il sound, crudo ma mai rigido, si sposa perfettamente ad una scrittura ricca, piena, ermetica, rivestita da più strati, leggibile a più livelli, interpretabile a livello intuitivo e non.

L’oscurità caratterizza il disco, ma ancor di più l’alternanza di luci ed ombre che rivelano a tratti lati, angoli, nascosti, da interpretare e godere ad ogni nuovo ascolto. La tua conchiglia è un discorso armonico che parte da leggere armonie accompagnate da bassi profondi e intensi, aprendosi poi, gradualmente, in un crescendo che abbraccia dolcemente come la bruma mattutina.

Un riferimento chiaro, alla figura della donna, alla sua sessualità, che si ritrova più volte nel disco, ma anche, in generale all’involucro dietro la quale le persone nascondono il proprio io. Luce, si caratterizza invece per la massiccia presenza di lirismi classici, per la melodia strozzata, lacerante, tipica dell’artista.

Segue Pleiadi in un cielo perfetto, un racconto epico, che pare nascere da una storia lontanissima, che si rispecchia perfettamente in quella desolazione tipica della vita di periferia, sempre uguale, sempre la stessa, in attesa di un cambiamento portato dalla pioggia.

Con Argo, si svela la vera natura melodica di Umberto Maria Giardini: metallica, stridente, ricca di arabeschi sonori che disegnano un arazzo sonoro di maestosa bellezza.

Il disco è un prodotto in continua mutazione, che non lascia spazio a pause di nessun tipo, ma che incalza, brano dopo brano, come un racconto ipnotico che non vuole abbandonare la mente dell’ascoltatore, come un ungo comizio musicale in cui la voce narrante desidera catturare costantemente l’attenzione del pubblico.

Lo fa attraverso ritmi sincopati, melodie alternanti, flash sonori e vuoti cosmici, soli di chitarra che fanno da eco all’idea stessa del disco: partono da lontano e si poggiano leggeri su un tappeto di bassi, stridendo, gemitando, reclamando il proprio posto. Ed è solo la voce, la potenza canora dell’ex Moltheni a poterli gestire, a poter dar loro un posto preciso in cui “urlare”.

L’oscurità del disco, il suo punto più intenso si percepisce in brani come Materia Nera, e I miei panni sporchi, dove il sound martellante e sinistro creano contemporaneamente una sensazione di sospensione e assenza, dilatazione e vuoto. Sensazione che si conferma nell’acido e furioso strumentale di Tenebra, o nella spettrale Pronuncia il mio nome.

Ogni lavoro di Umberto Maria Giardini si presenta come un discorso completo, una narrazione studiata, precisa, che porta con sé un nuovo ideale musicale, una nuova corrente forte delle radici passate. Ogni corrente necessita di un Manifesto, sia musicale, sia testuale, che in Forma Mentis si ammira nell’omonimo brano di chiusura del disco.

Forma Mentis è un eccezionale discorso sopra le righe, un fuori dal coro, un ascolto consigliato per chiunque abbia desiderato, negli ultimi anni, che la musica in Italia prendesse una direzione differente.