The National da band a collettivo artistico per un nuovo step-up

I The National sono uno di quei gruppi che hanno fatto da colonna sonora a numerose pagine della mia vita ed, inevitabilmente, l’approccio ad una nuova uscita discografica della band di Cincinnati è per il sottoscritto un misto di aspettative, timore reverenziale e paura di restare delusi.

Se il precedente Sleep Well Beast era risultato un’evoluzione riuscita solo a metà, con questo I Am Easy To Find, uscito il 17 maggio per 4AD, i nostri provano sul serio ad alzare ancora una volta l’asticella. E lo fanno attraverso un lavoro ambizioso e monumentale fatto di oltre 60 minuti di musica per 16 tracce totali, accompagnate da un toccante film diretto da Mike Mills, che ha anche preso parte alla stesura dei brani e che, in circa 24 minuti fatti di brevi scene in bianco e nero accompagnate da frasi d’impatto e occasionalmente intervallate da accecanti schermate colorate, ha provato a raccontare, con l’ausilio delle composizioni dei National, il ciclo della vita e l’impotenza dell’essere umano attraverso le esperienze e gli stati d’animo di una donna, dal giorno della sua nascita a quello della morte.

Abbandonate ormai praticamente del tutto le velleità rock e ridotte all’osso le sperimentazioni elettroniche, tutte estremamente pesate, questo nuovo capitolo della narrativa e dell’immaginario dei National viene scritto attraverso il passaggio dallo status di band a vero e proprio collettivo. Gli arrangiamenti, orchestrali, dominati dal pianoforte e dalla sezione di archi, sono il frutto ormai maturo degli studi classici dei gemelli Dessner, che hanno lavorato di fino per ricamare intorno ai brani delle dinamiche di stampo sinfonico. La voce calda di Matt Berninger si mantiene vicina e confidenziale per tutta la durata del disco, concedendosi pochi attimi di apertura (The Pull Of You, Where Is Her Head) e venendo costantemente stemperata dalla presenza di ben 6 voci femminili (Sharon Van Etten, Lisa Hannigan, Mina Tindle, Kate Stables, Gail Ann Dorsey ed Eve Owen) e del coro giovanile di Brooklyn.

La chitarra è utilizzata quasi sempre come strumento di accompagnamento e di dinamica, se si eccettuano l’affilato e nervoso riff di You Had Your Soul With You e l’inquieto finale di So Far So Fast, eredità del precedente album. Notevole invece la vena creativa del batterista Bryan Devendorf che, pur con la compostezza che lo contraddistingue, arricchisce ogni brano con ritmiche caustiche e sincopate, sebbene mai fastidiosamente appariscenti, che riportano la memoria ai tempi di Boxer.

Trattazione a parte, quando si parla dei National, meriterebbero i testi scritti da Berninger con la collaborazione, non più occasionale, della moglie Carin e che danno voce alle scene del film. Liriche che parlano di rapporti di coppia, solitudine, smarrimento, inadeguatezza e, appunto, dello scorrere inesorabile del tempo ed in cui è forse anche fin troppo facile immedesimarsi. Senza bisogno di invitare l’ascoltatore alla (scontata) lettura degli stessi, mi limiterò a citare il verso “I am not in Kansas, where I am, I don’t know where. Take me for a walk and blame this on the water dripping off the spear”, che, sono certo, in molti si ritroveranno a cantare in più di un’occasione.

Una fotografia dell’uomo contemporaneo (o più probabilmente della donna contemporanea, vista la preponderanza di protagoniste femminili sia nei brani che nel film) scattata in un bianco e nero sovrastato da pennellate di colore vivo, come la copertina stessa suggerisce, da una band, The National, formata da autentici antidivi, riusciti forse anche per questo, a diventare eroi senza rincorrere singoli ad effetto o svolte pop, ma disegnando altresì una continua evoluzione sonora che, pur conservando un’estetica e un mood sempre fortemente riconoscibili, è arrivata a trasformarli, come detto, in autentico collettivo artistico.




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