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Glasgow Eyes: i Jesus and Mary Chain quarant’anni dopo

Se l’importanza storica dei Jesus and Mary Chain è obiettivamente non sindacabile, la critica si è invece decisamente più spaccata nel 2017, quando Damage and Joy segnava il ritorno di un album in studio dei fratelli Reid dopo quasi vent’anni di assenza. Precursori dello shoegaze, autori di un noise pop che più punk non si può, tra riverberi e muri sonori, secondo alcuni il nuovo disco dei genitori di Darklands (1987) era apparso piuttosto fiacco, segno di una stanchezza frutto dell’età, mentre un’altra fetta di critica intravedeva ancora la luce dei capolavori degli anni ’80, su tutti il debutto Psychocandy (1985).

In quest’ottica è destinato a far discutere, seppur ormai l’effetto sorpresa del ritorno in scena sia smarrito, anche il nuovo Glasgow Eyes, in uscita il 22 marzo 2024 per Fuzz Club. Intendiamoci: i motivi di discussione sono gli stessi di Damage and Joy, perché basta anche solo un primo ascolto dei dodici brani del disco per rendersi conto che la proposta è sostanzialmente immutata. E, addirittura, basterebbe anche solo leggere le dichiarazioni di Jim Reid per avere conferma: “il nostro approccio creativo è come quello del 1984”.

Basta quindi il tris iniziale, Venal Joy/American Born/Mediterranean X Film, per ritrovare quanto è lecito aspettarsi: chitarre rumorose (ma meno rispetto a quarant’anni fa), atmosfere dark, incursioni nel synth punk à la Suicide, una ricerca della melodia più accorta rispetto alla nebulosità dei primi dischi.

I Jesus and Mary Chain, insomma, fanno semplicemente i conti col tempo e dopo aver affrontato la grande prova del ritorno appaiono sicuramente più rilassati, con tutti i pro e i contro del caso. Non tutti le ciambelle riescono col buco e non mancano pezzi che fanno fatica a decollare (Discotheque e Silver Strings su tutti), ma pur avvolti in un’inevitabile retromania, i fratelli Reid non mancano di dimostrare la loro capacità di scrittura, soprattutto quando le atmosfere, paradossalmente, si fanno più leggere e sognanti, come se la ricerca di una nuova Just Like Honey fosse linfa vitale e non un’ossessione. Così, a spiccare, sono soprattutto i momenti in cui ad essere padroneggiata è materia che pare essere parte del DNA Reid: il singolo jamcod supera brillantemente la prova del tempo e, soprattutto, la ballad in chiusura Hey Lou Reid mette in luce una vena malinconica e poetica.

Giudicare Glasgow Eyes significa dover fare i conti con la concezione che nel 2024 si ha delle vecchie glorie che spesso suonano come quarant’anni fa, senza cambiare di una virgola: o vengono massacrate, colpevoli di essere ancorate a suoni ormai passati, o va riconosciuta l’inutilità di un eventuale cambiamento e che spesso è meglio restare nella propria comfort zone piuttosto che fare il passo più lungo della gamba. Lontani da sentimentalismi, anche i fan più sfegatati dei Jesus and Mary Chain ammetteranno che circa metà delle canzoni non convincono completamente, ma allo stesso tempo ciò che resta è la capacità dei Reid di raccontare senza fronzoli e compromessi un’epoca ormai lontana, ma mai dimenticata.



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