Valli: quando la musica è uno spettacolo!

Dopo il buon riscontro avuto con Atlas pubblicato nel 2017, Pieralberto Valli (Santo Barbaro) giunge al secondo album solista, Numen. Il disco in uscita il 25 ottobre per Ribess Records in un cofanetto in edizione limitata, di cui nove brani su quindici erano stati già condivisi online lungo tutto il 2019. L’album nasce in parte su commissione dalla compagnia di teatro contemporaneo “Città di Ebla” per accompagnare lo spettacolo “Le visioni di Zosimo”_CONsensu Patris, uno studio corale sul senso del sacro e sulla figura del padre, punti cardini del lavoro di Valli.

Cosa è cambiato nella tua vita nel lasso di tempo tra Numen e Atlas?

Sono cambiate tantissime cose: a livello personale, a livello geografico e credo anche da un punto di vista di consapevolezza. Atlas è stato scritto a Roma; Numen in un paese fantasma della riviera romagnola. Atlas è nato come un disco, il primo solista; Numen è il risultato di una commissione teatrale. Il tempo ci cambia rendendoci sempre più uguali a noi stessi.

Come nasce l’idea di pubblicare Numen in un cofanetto in edizione limitata?

Mi piace l’idea che un progetto abbia un termine, che sia contenibile anche nella sostanza. Anche per Atlas avevamo fatto la stessa scelta, motivo per cui io non ho una copia del cofanetto. Tutto è riproducibile all’infinito e, proprio per questo, scegliamo di non farlo. La Ribéss Records è una piccola e gloriosa etichetta romagnola, un’etichetta artigiana come ne esistevano in passato. Qualcuno deve pur resistere alla modernità, per quanto la modernità se ne freghi della resistenza.

Qual è stata la tua prima reazione quando hai letto “Le visioni di Zosimo”_CONsensu Patris?

Non c’era un testo scritto, ma un’idea generale, una sorta di struttura da riempire. La difficoltà della commissione che mi era stata affidata è che, nello spettacolo, la mia parte sarebbe stata l’unica con una forma di testo. La cosa mi ha portato a soppesare molto le parole, perché sapevo sarebbero state le uniche. Ma la commissione non mi è arrivata per caso; avevo collaborato con “Città di Ebla” ed entrambi sapevamo che quei temi erano nelle mie corde: il sacro, il padre, il rito sono presenti anche in Atlas e in tutta la mia carriera precedente.

Quali sono state le tue “visioni” e qual è stata la lettura che più ha scosso il tuo estro artistico per questo lavoro?

Ho dovuto e voluto leggere molto. Mi sono riletto la Bibbia e molti studi su cristianesimo ed ebraismo; ho riletto Guenon, Jung e poi anche letteratura, come Camus. Cercavo un filo conduttore a livello simbolico, un collegamento sacro tra religione, psicologia ed esoterismo. Ma è poi quello che faccio da sempre. A livello musicale mi sono lasciato molto trasportare da Jason Molina e Sparklehorse e da quel tipo di approccio, artigianale e fortemente emotivo. La forza del testo sacro è la capacità di saper evocare significati che vadano al di là del letterale, come cerchi concentrici che si espandono. Poi ciascuno di noi decide fino a quale cerchio è disposto ad andare.

I tre dischi si differenziano come atti di uno spettacolo teatrale, e anche il ritmo segue una trama ben precisa. Come hai pianificato il tuo lavoro in studio?

In studio ho un santo che si chiama Franco Naddei. Tutti i miei dischi – solisti o come santo barbaro – sono stati registrati da lui. Il lavoro era complicato, molto ampio e non era facile trovare una quadratura. È stato Franco a consigliarmi di rispolverare la chitarra elettrica, per dire, per recuperare un gesto fisico che accompagnasse il pianoforte. Creare la tracklist e la divisione tra i dischi è stato paradossalmente piuttosto naturale una volta registrato tutto: mi sembrava che i pezzi fossero nati per stare in quell’ordine, sia da un punto di vista sonoro che testuale.

Hai passato quasi un intero anno a Torre Pedrera a preparare questo lavoro. A cosa ti dedicavi quando non eri impegnato a comporre per Numen?

Faccio una vita piuttosto ritirata e Torre Pedrera in questo è perfetta: ci sono una spiaggia e poche distrazioni. La mattina lavoro come insegnante e dedico il resto della giornata alla musica. Questo al di là di questo disco specifico. Per la scrittura di Numen mi sono dato una sorta di ritualità quotidiana: rientravo da scuola, mangiavo, e poi andavo a passeggiare al mare; una volta rientrato a casa mi mettevo al pianoforte a scrivere. Mi sono autoimposto una specie di prigionia, una routine sempre uguale a se stessa, e questo in fondo mi ha riportato al senso del rito.

Raccontaci dei rumori e suoni ambientali alla base dell’album.

Numen è nato al pianoforte e così è andato in scena. Dopo aver scritto i pezzi ho iniziato ad arrangiarli con la stessa filosofia che avevo usato per Atlas, ma la cosa non mi convinceva. Non mi è mai piaciuto che due dischi possano somigliarsi, anche solo nei suoni. Come spesso mi capita, quando non sono convinto di una scelta, azzero tutto e ricomincio. Mi affascinava l’idea che tutti i suoni avessero una componente viva, artigianale, calda, legata a un possibile luogo sacro. Così ho cominciato a registrare suoni ambientali: in casa, in spiaggia, per strada. Ho iniziato a isolarli e a manipolarli fino a renderli dei piccoli campionamenti. A quel punto li ho usati come fossero dei suoni singoli di una batteria elettronica, solo che al posto di una cassa c’era una porta sbattuta e al posto di un charleston c’era il rumore di una ruspa che portava via la sabbia dalla spiaggia.

Quali sono state le reazioni dei presenti quando hai presentato il tuo lavoro al Festival “Ipercorpo” e alla bottega Giorogetti di Santarcangelo?

Sono stati due lavori molto diversi. Lo spettacolo teatrale è andato in scena in un ex deposito di autobus. In quel caso gli spettatori assistevano al mio concerto come parte di uno spettacolo, senza interazione, senza applausi, all’interno di una struttura più ampia. A Santarcangelo, invece, abbiamo pensato di portare in scena il disco per come era nato, nella sua nudità e nella sua fragilità. Anche in quel caso abbiamo scelto un luogo magico, la Bottega Giorgetti, un’ex bottega di un fabbro di inizio secolo scorso. Tutti i pezzi (15) sono stati suonati pianoforte e voce, in tre sessioni da 5 pezzi l’una. Non essendo un pianista devo ammettere che è stato tanto esaltante quanto stancante, ma è stato anche un rito per azzerare le idee iniziali e poter così cominciare a distruggerle per ricostruirle.

Un album che dà del “Tu”. Quanto Pieralberto Valli c’è in Numen? Quanto ancora senti di poter dare?

C’è tantissimo. È veramente un disco molto personale, nel bene e nel male. Nel ragionare sui temi che mi erano stati commissionati non sono riuscito a escludermi per essere obiettivo, ma ci sono finito dentro, diventando allo stesso tempo l’“io” che parla e il “tu” che ascolta. Il rito è un atto che trasforma chi lo compie, ridona vita, fa rinascere, trasfigura. Questo è quello che ho cercato di esprimere con questo lavoro. Non ho idea di cosa potrò dare; non so nemmeno cosa abbia dato fino ad ora. Cerco solo di lavorare con onestà intellettuale, di essere un tramite tra le cose, tra un alto e un basso, tra un dentro e un fuori. Più che dare musica ho da sempre la sensazione di riceverla.

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