Il mondo distopico di Pieralberto Valli

Insegnante, musicista e traduttore, Pieralberto Valli ha pubblicato due album a suo nome (Atlas e Numen) e quattro con i Santo Barbaro. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Finchè c’è vita, edito da Treditre editori. Il 18 settembre 2020 è uscito Trilogia della distanza per Gagarin Edizioni, nella collana I libri di Gagarin. Tre movimenti concentrici, avvitati su un’assenza.

Valli é scrittore, musicista, traduttore e insegnante d’inglese e sostegno. Uno e centomila. Qual è il vero volto di Pieralberto Valli?

A me hanno sempre consigliato di non fidarmi mai di chi fa troppe cose, perché di solito le fa tutte male. Sono semplicemente una persona curiosa; ho cambiato tanti paesi e tanti mestieri. Ne ho ricavato tanta confusione, tanti spunti, tanti ricordi e tante impressioni. La scrittura, che sia musica o letteratura, è un modo per delimitare tutto questo in uno spazio, per creare una cornice attorno alla vita.

Da cosa è scaturita l’esigenza di scrivere un libro e come è nato Trilogia della distanza?

Ho quaderni, agende e diari pieni di spunti per possibili storie o racconti. Raramente trovo la forza per renderli qualcosa di reale, di leggibile. Rimangono lì per mesi o anni, di solito. Questa volta però mi sembrava che alcuni di quei racconti avessero dentro di sé qualcosa di estremamente attuale, ma che nessuno voleva raccontare. Qualcosa di enorme si profilava all’orizzonte e aveva a che fare con la mia visione. Credo che siamo tutti semplici catalizzatori di eventi che aleggiano nell’aria.

In che modo si differenzia la scrittura di un testo di una canzone da quella di un racconto?

Sono estremamente simili. Per scrivere i testi spesso parto da racconti che poi cestino; quando scrivo racconti spesso parto da frasi di testi che non ho ancora completato. La musicalità delle parole, il ritmo delle frasi, l’alternarsi dei suoni rimangono per me i tratti distintivi di ciò che cerco di fare in entrambi i campi.

Nel libro hai scritto “Siamo il prodotto di una cultura che si è andata raffinando decennio dopo decennio, eliminando le impurità e le imperfezioni antiestetiche che non riesce a tollerare. Abbiamo preferito la scienza alla religione, la salute alla salvezza”. In questo periodo di pandemia sei convinto che questa frase sia ancora attuale o pensi che siamo passati da una fase di evoluzione a una d’involuzione culturale?

Era una frase provocatoria che andava letta al contrario. Da più di un secolo, dal mito positivista in avanti, abbiamo la convinzione di migliorare giorno dopo giorno, pensiamo che il progresso tecnologico sia la chiave della nostra felicità. Continuiamo a eliminare impurità, facciamo lifting alle rughe della storia, ma abbiamo totalmente perso di vista la direzione e, ancor peggio, il motivo del procedere. Ci siamo gioiosamente persi in una illusione, delegando a un pilota automatico tutte le scelte che abbiamo smesso di fare. L’anti-spiritualità moderna, l’assunzione dello scientismo a nuova religione sono i segni di un definitivo cambio di stato. Parlare di evoluzione o involuzione mi riporterebbe a un pensiero rettilineo della storia che non condivido: la vita si arrotola e si srotola, si avvita e non si muove in una sola direzione; ed è nel profondo che le risposte aspettano. Quando torneremo a guardare dentro alle cose, anziché sulla superficie, allora tutto sarà chiaro, e tutto ritroverà la propria collocazione naturale.

«Quanto impiega un’abitudine a diventare tale? Ricorderemo i gesti di un abbraccio?» le tue parole sono state premonitrici. Quali saranno le abitudini che ci porteremo dietro da questo periodo di pandemia e cosa speri che il mondo dell’editoria e della musica impari da questa crisi mondiale?

Spero innanzitutto che esisterà ancora un mondo dell’editoria e della musica. Suona provocatorio, ma mi sembra tristemente realistico. Spero che esisterà ancora un mondo di contatti, di scontri e incontri, di socialità reale. Mi pare che la direzione prospettata sia invece quella di universi monocellulari, di smart working (che di smart non ha nulla), di frantumazioni di umanità rinchiuse tra le mura di cemento. Siamo sullo spartiacque della storia; non so se ce ne stiamo realmente rendendo conto. La storia ha creato una biforcazione netta e non basta mettere un like per decidere da che parte stare. Più il tempo passa più le nuove abitudini si radicano e le antiche si annebbiano, si allontanano. Per una volta dovremmo tutti ritrovarci sul presente, totalmente presenti a noi stessi nel qui e ora.

In un’intervista Elio Germano ha dichiarato «L’arte dovrebbe essere slegata dalla necessità di risultati. Perché preoccuparsi della vendibilità di quello che facciamo è il movimento opposto all’arte». Tu sei sia scrittore sia musicista, ti ritrovi nelle parole di Germano?  Quando scrivi un libro o registri un album senti il peso del risultato e delle aspettative? T’interessa di più che il tuo libro o disco ti soddisfi o possa piacere al pubblico?

Non ho mai potuto scrivere “sold out” sulla locandina di un concerto, o sul retro di un libro e non mi dispiace. Ottenere consenso significa fare ciò che gli altri si aspettano. Per quanto possa suonare snob, penso semplicemente che il successo sia un obiettivo estremamente noioso. Scrivo per necessità, scrivo per rispondere a una chiamata, a una scelta non mia; scrivo perché non potrebbe essere altrimenti, nel momento in cui qualcosa mi arriva con una forza tale da doverla necessariamente scaricare, renderla materiale e allontanarla da me. Raramente sono soddisfatto di ciò che ho fatto. Anche nella musica, ad ogni concerto cambio le stesure dei pezzi, gli arrangiamenti, i suoni, gli strumenti. Riscriverei tutto ciò che ho scritto, ma preferisco pensare a ciò che farò, se e quando lo farò, senza obblighi verso me stesso. Questa è la grande libertà nel non avere un pubblico che si aspetta qualcosa da te. Ogni opera potrebbe serenamente essere l’ultima. E andrebbe bene così.

Potendo scegliere un artista al quale affidare le musiche per un reading di Trilogia della distanza (tu sei escluso dalla scelta), a chi ti piacerebbe affidare questo compito e perché?

Ce ne sono una infinità. Ti potrei citare Gustavo Santaolalla, che ha fatto tante colonne sonore di Alejandro Inarritu, ma anche Cliff Martinez, che invece lavora spesso con Nicholas Winding Refn o Shigeru Umebayashi, che collabora spesso con Wong Kar-wai. Nell’ambito della musica non strettamente legata alle colonne sonore mi piacerebbe lavorare con i Blonde Redhead, o con Kate Tempest, che ha fatto cose molto interessanti anche in teatro.

Leggi la recensione dell’album Numen QUI



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