Exuvie: materia e memoria

Su queste pagine non è nuova Noémi Büchi, la cui proposta progressive electronic è già stata sviscerata in più occasioni, così come il concept che sta alla base di buona parte delle sue produzioni, cioè la materia, intesa nella sua forma più mutevole possibile. A questo proposito si potrebbe parlare di una vera e propria trilogia, partita dall’Ep Matière (2020) e proseguita dai due album Matter (2022) e Does It Still Matter (2024), in cui alle trasformazioni della materia stessa fa seguito una serie di contaminazioni che, di album in album, si affacciano nella proposta musicale della musicista franco-svizzera: epic collage, sonorità industrial ma anche di memoria classica, addirittura echi di scuola berlinese.

Un’indagine portata avanti anche nel più recente Ep Liquid Bones (2025), che, partendo anche in questo caso da un titolo estremamente corporeo, segna una svolta in senso lato nella discografia della Büchi, rimanendo in ambito sperimentale ma declinandolo in chiave più “accessibile” rispetto alle precedenti uscite. Ed è proprio per questo che incuriosisce il nuovo Exuvie, in uscita il 27 febbraio 2026 per -OUS, segnando una possibile evoluzione di quanto precedentemente ascoltato.

Stavolta il tema della materia si lega in modo più netto a quello della memoria (exuviae, in latino, significa “ciò che è stato lasciato”) nell’ottica in cui la parte corporea, la pelle stessa, trattiene i ricordi in modo diverso, e forse ancor più visceralmente della mente. Da un punto di vista prettamente musicale, gli undici brani del disco sembrano in parte proseguire la linea tracciata da Liquid Bones. Prendiamo, ad esempio, l’apertura I Was Almost There. I confini restano tutt’altro che accessibili, ma emerge una struttura (a tratti minimale) più lontana dall’organicità di un disco come Does It Still Matter. Resta persistente il lato più immaginifico della sua produzione, come testimoniano brani che starebbero benissimo in qualche colonna sonora, come After the Fold (che ricorda Daniel Lopatin) o I suppose (che starebbe benissimo in un videogioco), così come, inevitabilmente, restano momenti più criptici, su tutti A Divided Surface e i suoi fiati, e le voci fantasmatiche di Dislocated Bodies. Nel finale spazio alle trame elettroacustiche di Like They Said e alla più classicheggiante La Mue.

Exuvie conferma la bontà musicale della proposta di Noémi Büchi, ma soprattutto la mostra in costante ricerca di un qualcosa di differente pur utilizzando uno stile riconoscibile di disco in disco. Restano, dunque, i (pochi) difetti e i pregi dei suoi dischi precedenti, mettendo in mostra un percorso ormai incanalato e difficile da definire, ma affascinante e ricco di spunti. Ad avercene.



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