Feeling Is Structure: architettura ed elettronica

Max Cooper ha sviscerato l’IDM in ogni forma possibile. L’ha fusa con l’ambient techno (Emergence, 2016), miscelata con ambient e glitch (Unspoken Words, 2022), ma è stato anche capace di allargare il suo sguardo oltre l’IDM stessa. A questo proposito basta pensare all’omaggio a Philip Glass (Glassforms, 2020, con Bruce Brubaker), in cui classica moderna, minimalismo e ambient coesistevano senza patemi, o, dal versante completamente opposto, agli esordi incentrati su una techno altra, lontana dai dettami del genere e pur sempre inquadrata in un’ottica di ricerca come testimonia Human (2014).

Questo quadro generale della discografia del musicista e produttore britannico non è mera filologia, ma il contesto necessario per addentrarsi nei dieci brani, per quasi un’ora di musica, di Feeling Is Structure, in uscita l’8 maggio 2026 per Mesh.

Nato da un incarico per un live show alla Royal Albert Hall di Londra, il disco è inevitabilmente legato a una dimensione corporea e audiovisiva già presente, seppur in forme differenti, negli album precedenti. Così come a essere ancora palpabile è il suono inteso come una struttura, una sorta di istallazione non osservabile ma facilmente percepibile da chi ha dimestichezza con la musica del Nostro.

D’altronde il concetto di struttura, evocato sin dal titolo, non lascia spazio a dubbi. Lo stesso Cooper ammette di provare ammirazione per gli architetti capaci di trasmettere le loro idee in edifici apparentemente immobili e privi di emozione. Lavora proprio da architetto-artigiano anche in questi dieci brani, lasciando da parte l’improvvisazione in favore di una costruzione precisa e cesellata in ogni dettaglio.

Già il singolo Pattern Index, piazzato in apertura, sembra mettere insieme tutto: il mondo puramente elettronico evocato dai pattern generator, le percussioni a fare da accompagnamento, la ricerca melodica volta a esplicitare che l’elettronica, proprio come una casa, non ha nulla di freddo se fatta bene. The Shape of Memory è pura maestria IDM a cui Cooper ci ha abituati, un vortice fluido ma mai cervellotico.

Splintered Air Between Us spezza la giocosità dei brani precedenti e si avviluppa in suoni rarefatti quasi di memoria hauntology, ma già la successiva Obsessive Compulsive Order riporta il sound su lidi IDM, per quanto decisamente più “ballabili” (che emerga qualcosa di UK Garage?). L’atmosfera da clubbing persiste anche in Bass Mosaic, mentre nel finale spazio a Four Tones Reflected, in cui emerge il lato più cinematografico della produzione cooperiana.

Qualche lungaggine penalizza un disco fra i più ispirati della produzione recente di Max Cooper, ormai una sicurezza nel suo genere. Il merito principale, però, va ben oltre il lato strettamente sonoro, su cui c’erano pochi dubbi: è piuttosto la capacità con cui il musicista si è approcciato al concept e alla materia (fisica e non) a colpire, riuscendo a trasmettere un calore nell’album tutt’altro che scontato. Proprio come un architetto.



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