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Goodbye, Hotel Arkada: trasformazioni umane e sonore

Se Joanna Newsom ha avuto il merito di “svecchiare” l’arpa con uno stile originale tra folk da camera e innovazione, Mary Lattimore è riuscita in un’operazione possibilmente ancora più difficile: non soltanto ha innalzato ulteriormente lo status di uno strumento tanto affascinante quanto ingiustamente snobbato da tanti addetti ai lavori, ma è stata capace di dare nuova linfa vitale ad un genere come la new age che sembrava morta e sepolta da tempo.

Certo, siamo lontani dalla new age classica e in questo senso il suo lavoro più riuscito, l’ottimo Silver Ladders (2020), ne è un fulgido esempio grazie all’innumerevole serie di influenze incanalate: ambient, musica da camera, una tensione costante versione la sperimentazione elettroacustica hanno permesso alla Nostra di dar vita ad un sound riconoscibile e originale.

C’è dunque una certa attesa per il suo nuovo disco dopo le attenzioni della critica internazionale, lei che si è sempre circondata di musicisti “lontani” dal suo mondo e che ritroviamo anche in Goodbye, Hotel Arkada, in uscita il 6 settembre 2023 per Ghostly International.

Un disco che parla di rinascita e trasformazione, la stessa subita dall’hotel del titolo, un luogo a lei caro nella sua amata Croazia, rinnovato e ristrutturato con la conseguente perdita di quel fascino primigenio che tanto l’aveva colpita. Temi evocati magistralmente nel singolo And Then He Wrapped His Wings Around Me, in cui le melodie evocate dall’arpa si fondono con i cori eterei di Meg Baird e il tappeto di droni di Walt McClements.

In Arrivederci il lavoro dei synth di Lol Tolhurst, fondatore e primo batterista dei The Cure, è certosino e meticoloso, a tal punto da legarsi all’arpa in modo pressochè indissolubile, creando una melodia bipolare a metà fra una dolce nenia e un’inquietante litania. Ma è il pezzo successivo, Blender in a Blender, ad essere il momento più convincente del disco; questa volta ad accompagnare i tocchi delicati dell’arpa c’è la chitarra di Roy Montgomery, sperimentatore di ferro prima con i seminali Hash Jar Tempo e poi con una carriera solista in costante evoluzione. Per l’occasione il dialogo arpa/chitarra sembra essere inizialmente incompatibile, come se i due strumenti fossero lontani e incapaci di dialogare, ma si avvicinano gradualmente ed esplodono in un finale drammaticamente emotivo.

Se Horses, Glossy on the Hill sorprende per i suoi echi ritmici, è la conclusiva Yesterday’s Parties a prendersi il premio come brano più coraggioso e sperimentale del lotto. Lattimore ritrova parte degli Slowdive: se Neil Halstead aveva prodotto il disco precedente, questa volta è Rachel Goswell a prestare la voce mentre il violino di Samara Lubelski disegna assieme all’arpa traiettorie a metà fra dream pop e leggere dissonanze.

Molto meno new age e quasi completamente focalizzato sull’ambient, Goodbye, Hotel Arkada è un disco meno compatto di Silver Ladders, ma è anche il suo naturale e giusto sequel: Mary Lattimore non si adagia sulle solite sonorità e complica ulteriormente il discorso, focalizzandosi sulla ricerca. Una voglia di rinnovarsi che non può non essere premiata.



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