Melting Days: Lusine torna all’ambient
Nella quasi trentennale carriera di Lusine si intravede tutta l’evoluzione dell’elettronica degli ultimi decenni, sia per i generi toccati (IDM, microhouse, indietronica solo per citarne alcuni) sia per la proposta musicale in sé, costantemente lontana dai cliché sonori sempre più inflazionati e ricchi di imitazioni nel genere in questione.
Basterebbe, quindi, pescare a caso dalla sua discografia per trovare spunti importanti, ma in questo caso è necessario tornare a quasi vent’anni fa, quando Language Barrier (2007) metteva a segno quella che è tuttora la sua pubblicazione più importante almeno nell’ambient, da lui spesso toccato ma quasi mai primario.
Un album che ha fatto scuola per tutto l’ambient a venire e che oggi trova una sorta di figlio in Melting Days, in uscita il 21 agosto 2026 per Ghostly International. Un legame impossibile da ignorare essendo questo il suo primo vero e proprio disco ambient dai tempi di Language Barrier, ma anche perché segna il ritorno a suoni più minimali dopo i tentativi di ricerca di forma-canzone del più recente Long Light (2023).
Com’è facile aspettarsi per chi ha dimestichezza con la musica di Lusine, la definizione “ambient” è quanto più vasta e lontana da ciò che oggi l’etichetta significa nell’immaginario collettivo. Semmai, è il ritorno a dei suoni che sembravano persi e a un’attitudine introspettiva a fare di Melting Days un disco che è anche appartenente a quel filone.
Il gioco di stratificazioni inizia sin da subito con i riverberi di sassofono nella traccia d’apertura, Sightline, mentre addirittura Apparition vede tra le sue pieghe un violoncello talmente distorto dai filtri da non suonare più come un violoncello. La dimensione intima e personale salta fuori in ogni pezzo, talvolta in modo esplicito come nella malinconia avvolgente di Farewell, altre volte parzialmente nascosta (le trame cinematografiche di Overlook).
Pendulum sembra appartenere al mondo microhouse, ma qui viene rallentato in una versione ricca di pathos. L’IDM ritorna inevitabilmente almeno di striscio in All Clear, mentre in chiusura Uncharted riprende quelle stratificazioni di sax da cui eravamo partiti chiudendo il cerchio.
Melting Days in più momenti sembra effettivamente la versione di Language Barrier vent’anni dopo, con tutti i pro e i contro del caso. Ma il risultato è un fine lavoro di artigianato elettronico, di cui Lusine è maestro, lontano dalla standardizzazione che l’ambient ha subito soprattutto nell’ultimo decennio. Scusate se è poco.
Classe ’99, laureato in Lettere moderne e alla magistrale di Filologia moderna alla Federico II di Napoli.
La musica e il cinema le passioni di una vita, dalla nascita interista per passione e sofferenza.
