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Seven Days Walking, la colossale impresa discografica di Ludovico Einaudi, si arricchisce di un nuovo affascinante capitolo. Eppure….

La firma di Ludovico Einaudi con la Decca, storica etichetta londinese che ha finora curato le release del pianista italiano nello UK, è stato un momento importante per i fan dell’artista e per tutti gli appassionati della modern classical music. Non solo la Decca, da adesso in poi, si occuperà di curare la produzione di Einaudi a livello globale, ma la conclusione dell’accordo segna anche l’inizio di un progetto che potremmo definire, eufemisticamente, ambizioso: Seven Days Walking, una corposissima batteria di ben sette album, rilasciati con cadenza mensile, ed ispirati alle passeggiate invernali di Einaudi sui freddi sentieri di montagna.

I sette episodi di questo mastodontico corpus musicale (unico nel suo genere) sono stati, in realtà, già registrati nei mesi di Settembre e Ottobre del 2018, e a giudicare dalle due releases attualmente disponibili dovrebbero essere composte da circa undici brani ciascuno. 77 brani. Circa sei ore di musica. Il tutto registrato in appena due mesi. Basterebbe già questo per rendere notevole il progetto, ma guardando con più attenzione e confrontando i titoli dei brani nei primi due “giorni” ci si rende conto che in realtà ogni album è grossomodo una rielaborazione delle tracce contenute nel giorno precedente (pochi gli inediti tra un disco e l’altro, si tratta perlopiù di variazioni).

Questo giustificherebbe la sensazione che si prova nell’ascoltare Day 1 e Day 2 in sequenza, ossia l’oggettiva difficoltà a trovare delle differenze significative tra le variazioni di un singolo tema. Bisogna comunque riconoscere che Einaudi, da artista geniale e navigato, è in grado di trasfondere in ogni brano una personalità e un potenziale immaginifico che trascende l’indiscutibile qualità compositiva e di esecuzione.

Ogni traccia, dalla gelida lentezza di Low Mist alle progressioni incalzanti di Ascent, è capace di ispirare immagini ben precise, sensazioni profonde, ricordi nitidi: paesaggi invernali, venti freddi e neve che cade, malinconia e introspezione, timore e meraviglia di fronte all’implacabile bellezza della natura. Seven Days Walking è tutto questo, si ascolta con piacere e senza fatica, perché le armonie contenute in ogni traccia sono in grado di entrare sottopelle, si “percepiscono”, proprio come la gelida aria di Gennaio.

Pensandoci bene, però, c’è qualcosa di vagamente sbagliato in tutta questa gargantuesca operazione discografica, come guardare una bella foto e provare comunque una remota sensazione di fastidio. Einaudi ha dichiarato più volte di non essere riuscito a filtrare le numerose idee che si andavano sviluppando intorno ai temi principali e di aver deciso, in ultima analisi, di inserirli tutti, per fornire all’ascoltatore uno sguardo privilegiato sul labirinto del processo creativo.

Può anche darsi che sia così, eppure riesce difficile scrollarsi di dosso l’impressione che dietro possa esserci qualcos’altro. La pubblicazione dello stesso album in sette diverse colorazioni sa tanto di furbesca, colossale manovra commerciale, preparata a tavolino dalla Decca per (ri)lanciare la figura di Ludovico Einaudi sul più vasto mercato internazionale.




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