Luca Sguera AKA: indagare le possibilità sonore

Luca Sguera è un pianista, compositore e improvvisatore che indaga la composizione come stratificazione di segni e significati, attraverso una pratica in cui ritmo e timbro giocano un ruolo fondamentale. L’8 gennaio 2021 ha pubblicato CTB, few hypotheses, frutto della collaborazione tra AKA e diversi musicisti della scena elettronica. Nasce dalla volontà di approfondire le possibilità sonore (e visive) che emergono quando un’opera d’arte viene aperta, riportata ai suoi elementi costitutivi e poi riassemblata da zero in modi, tempi e spazi diversi. Il progetto è sia un tentativo di superare la naturale tendenza a leggere un significato univoco nella realtà che ci circonda sia una cura per riappropriarsi della fiducia nell’altro, nello sconosciuto, nell’incontrollato.

Innanzitutto chi è Luca Sguera e qual è il suo percorso musicale.

Ora è un individuo che preferisce il silenzio all’inquinamento acustico, che sta imparando a insegnare e a ricordare i sogni. La strada che mi ha portato fin qui comincia in un’estate di molti anni fa, durante la quale feci quella che ricordo come la mia prima esperienza musicale cosciente. Avevo forse sei anni e, durante una pausa alle prove del coro in cui cantava mia cugina, sentii risuonare in chiesa un suono misterioso, che mi dissero poi essere stato riprodotto dal synth dell’organista. Quel suono mi rimase talmente impresso che qualche anno dopo per Natale chiesi di poter avere uno strumento che mi avrebbe fatto rivivere proprio quell’esperienza.

Ho da lì iniziato a coltivare la passione del pianoforte parallelamente a quella di ascoltatore, questa felicemente iniziata col ritrovamento di una cassetta che conteneva (senza che io lo sapessi) un album sul lato oscuro della luna di una band chiamata Pink Floyd.

Dopo tanti avvenimenti “casuali” il mio primo vero atto di amore conscio verso la musica è stato trasferirmi a Siena, dove per quattro anni ho studiato jazz e vissuto un’esperienza musicalmente e umanamente indescrivibile. A questa città sono in qualche modo legati molti dei progetti di cui faccio parte. Altre città (meglio: gli incontri che lì ho fatto) sono stati fondamentali per il mio percorso: Berlino, Amsterdam, Copenaghen. Tante sono le cose che mi porto da quei luoghi che sarebbe difficile dirle tutte!

CTB, few hypotheses è il tuo ultimo album. Come è nato questo disco collaborativo e quali sono stati i criteri con cui hai scelto gli artisti che hanno lavorato alla traccia CTB?

Una delle cose belle che ho fatto a Siena è stato registrare il primo disco di AKA. Durante la sessione abbiamo improvvisato questa CTB il cui titolo è la risposta che ricevetti da un fotografo di grande fama, a cui scrissi per chiedere di usare una sua foto come copertina del disco. Cercando il significato di quella parola rimasi colpito dall’enorme quantità di risultati e ne scelsi uno per dare un senso a quella risposta. Per la mia copertina scelsi un’altra foto. Ho ripercorso, forse inconsciamente, questa vicenda prendendo la traccia e affidandone il destino a diverse persone, ricevendo indietro diverse riletture/significati della stessa cosa. Non ci sono stati particolari criteri con cui ho scelto questi artisti, ma solo la curiosità di ascoltare una loro versione.

Come mai tra le varie tracce hai scelto la bonus track del tuo primo album da reinterpretare?

Penso che tra tutte quelle del disco mi sembrasse la traccia con più potenziale ancora inesplorato e che al contempo mi piacesse l’idea di dare una possibilità a quello che era rimasto escluso dalla tracklist del disco. Non è stata una scelta troppo ponderata ma piuttosto intuitiva, devo ammettere che ho cominciato a lavorare al progetto senza soffermarmi più di tanto sulla scelta della traccia. È come se mi interessasse molto di più il processo e l’idea di creare qualcosa collettivamente coinvolgendo persone diverse rispetto all’idea di avere dei remix di un mio pezzo specifico.

Pensi in futuro di poter mettere a disposizione di altri le tue tracce per realizzare nuovi album collaborativi? Con quale artista ti piacerebbe collaborare che non sei riuscito ad avere su CTB, few hypotheses?

Al momento sono molto interessato a seguire la produzione dei miei progetti in ogni loro fase: mi interessano molto di più le collaborazioni “da vicino” e quelle in parallelo, senza però ordini gerarchici (che in questo disco esistono in partenza e poi vengono, penso, ribaltati). Tra coloro con i quali non sono riuscito a lavorare sulla traccia CTB, mi piacerebbe prima o poi collaborare con Renato Grieco (in arte kNN), che comunque a CTB, few hypotheses ha dato un contributo fondamentale avendolo masterizzato.

Probabilmente l’unica vera “scena musicale” ancora esistente è quella elettronica e d’improvvisazione. Cosa ne pensi a riguardo, è così o e solo l’impressione che si ha dall’esterno?  C’è sostegno e collaborazione tra i vari musicisti?

Personalmente non mi sento parte di alcuna scena consolidata e ufficiale. Un po’ mi chiedo se ce ne sia una e un po’ mi rispondo che le scene sono tante, piccole e sfumate nei contorni, riflettendo un modo di esistere prevalente al giorno d’oggi. Amo l’idea di una contaminazione umana e artistica liquida, difficilmente definibile – durante la quarantena io e un gruppo di amici abbiamo discusso a lungo sul “movimento” di cui ci sentiamo parte e sull(‘auto) definizione in un’eventuale scena, faticando a definirla se non da un punto di vicinanza umana – ma capisco anche la necessità di inscatolarla per comprenderla (punto di vista del pubblico) e valorizzarla (punto di vista degli artisti). In ogni caso, non so a che scena tu ti riferisca parlando di “elettronica” e “improvvisazione”, ma non posso negare che entrambe siano un terreno/strumento importante per gran parte della musica che amo, di sicuro due importanti elementi della musica del nostro tempo.

Un consiglio per un giovane che vuole avvicinarsi al mondo della composizione o della sintesi elettronica? Perché oggi secondo te ci si sente subito arrivati abusando della parola artista?

Consiglierei di sapere cosa voler ottenere prima di metterci le mani, ma di essere al contempo abbastanza malleabile per seguire i suggerimenti e le possibilità che la materia stessa offre mentre la si crea. Come una persona si veda o si definisca è forse meno importante di ciò che (artisticamente o umanamente) dà al mondo, d’altronde ognuno di noi ha dei bisogni, compreso quello di leggerci/definirci in un certo modo per sentirci sicuri.

Prima di salutarci, puoi consigliarci un paio di libri e un paio di album contemporanei che secondo te meritano la giusta attenzione.

Non sono un grande lettore al passo con le ultime novità, al momento sto leggendo Metamorfosi di Ovidio e Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni. Non ci avevo mai pensato, ma sono entrambi libri sulla genesi in senso ampio. Consigliatissimi. Per quanto riguarda i dischi da qualche giorno ho in rotazione O l’ultimo lavoro del cantautore friulano Massimo Silverio e un altro disco che sto ascoltando tantissimo è Pavillion di Andy Moor e Yannis Kyriakides.



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