Ritmo Lento: un ritorno ad un passato punk, ma in chiave moderna

Dopo due dischi che hanno permesso alla band bolognese di superare i confini musicali nazionali, arrivando alle orecchie di artisti del calibro di Iggy Pop, e suonando in numerosi festival e località europee, i Leatherette pubblicano Ritmo Lento, il loro terzo album per Bronson Recordings/Universal Music Italia.

Fin dalle prime note, dai primissimi secondi, si percepisce chiaramente l’intenzione del disco, la sua caratura e il suo potenziale. Ritmo Lento è senza ombra di dubbio un album Punk, non solo per le sue sonorità da pub inglese che sembrano catapultare l’ascoltatore in una scena di Trainspotting; ma principalmente per il modo in cui è stato lavorato e concepito. Ritmo Lento è un disco liberatorio e libero, ricco e crudo allo stesso tempo, che narra l’esigenza di rallentare per potersi ascoltare, reinventare, rinnovarsi, senza doversi legare ad etichette predeterminate. Insomma, il disco non se ne frega di quel che pensa l’ascoltatore: ha qualcosa da dire e lo dice, dritto al punto.

Il terzo lavoro discografico dei Leatherette è un continuo dialogare tra contrasti e opposti, tra pieni e vuoti. Proprio in questa dualità, che si estende per tutto il disco, sta la maturazione e l’evoluzione, interiore e musicale, della band. Amore e rabbia, passione e disillusione, tristezza e speranza, convivono nelle dodici tracce di Ritmo Lento, a sua volta diviso in due parti: sei tracce impetuose, adrenaliniche e dirette, e sei più dense e meditate, spettrali e oniriche. La libertà di espressione, di dire la propria attraverso la musica, senza la necessità di rientrare forzatamente, obbligatoriamente, in un genere, conferisce un tocco di colore al disco, garantendogli una genuinità non facile da percepire ad un primo ascolto, ma non per questo non gradita

Siamo di fronte ad un dipinto, per fare una metafora, che diventa più nitido nel tempo, sguardo dopo sguardo, fatto di colature, macchie e imperfezioni, di tinte sovrapposte e di colore che straborda. La scrittura, lineare ma incisiva e gli arrangiamenti quadrati ma sempre precisi e mai fuori posto, hanno dato vita ad un prodotto che non sarebbe giusto definire grezzo, bensì personale ma soprattutto autentico, che non è alla ricerca di approvazione, ma desidera soltanto dire la propria.

La prima traccia di Ritmo Lento è Magic Things, che ne incarna perfettamente lo spirito: un ritmo lento, appunto, ma espansivo e poroso, abbellito da un overdrive avvolgente e una voce stridente che graffia le interiora fin da subito. La segue Lovers Drifters Foreigners: una canzone in bilico tra il pub e il paradiso, che comincia come un incubo spettrale per poi lanciarsi in una corsa frenetica prima di aprirsi a sospensioni post-jazz atmosferiche. Hey There spinge invece i confini della band verso un minimalismo sperimentale, unendo un basso ruvido, che fa da padrone, a una voce fragile e intima, sospesa in un’atmosfera sognante e impalpabile. Seguono: la potenza sfrontata di Anyway, che in appena due minuti riuscirebbe a smuovere anche il più stoico degli ascoltatori; le scorribande inaspettate del sax di Panic Attack, psichedeliche e labirintiche; il grido travolgente e catartico di You Never Go Outside, forse la traccia più Punk – in senso stretto –  del disco; il mantra ipnotico, onirico e psichedelico di Sorry che segna l’inizio del giro di boa di Ritmo Lento. A questo punto il disco sembra svoltare improvvisamente, non una marcia indietro, ma un cambio di direzione. Ci viene incontro il disordine sperimentale di Cold Hands, dove il riff di chitarra si deforma fino a trasformarsi in un drone quasi alieno; seguono le atmosfere noir e allucinate della title track Ritmo Lento, un brano che mastica gli anni Cinquanta come una notte senza fine. New Bay, sospesa sul filo del sogno, cattura con magnetico fascino, dovuto principalmente al riff di basso elettrico, mentre Situationship sfocia in un intimismo morbido e scarnificato. Chiude il viaggio il lamento storto, dilatato e dilaniato di Get Stuck.

Dodici tracce composte da melodie affascinanti e coinvolgenti, e da cori da cantare a squarciagola: Ritmo Lento riesce a confondere ogni confine musicale, reinventandosi con curiosità, allontanandosi dalle radici dichiaratamente punk della band, ma senza abbandonarle del tutto, e muovendosi in esplorazione di nuovi modi di comporre, scrivere e suonare. Perché il punk, in fondo, è soprattutto libertà. E la vera libertà sta nel poter cambiare forma, con curiosità, scoprendo nuovi angoli e sfaccettature.



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