La fotografia eterea ed elegante dei Lamb

I Lamb sono, da ormai oltre vent’anni, un punto di riferimento della scena trip-hop britannica e mondiale e questo è probabilmente, allo stesso tempo, il loro punto di forza e il loro più grande limite. Già perché, quando ci si appresta all’ascolto di una nuova produzione del duo di Manchester, ci si aspetta già che la voce eterea e di derivazione folk di Lou Rhodes si inserisca tra le atmosfere tese e fluenti sapientemente disegnate da Andy Barlow e, in effetti, anche questo The Secret Of Letting Go, settimo full lenght album, in uscita per Cooking Vinyl, non fa eccezione.

Il disco si apre con la dilatata Phosphorous, nella quale la voce la fa da padrona in un’ambientazione inizialmente grave e cupa che successivamente si apre nel respiro di un ritornello dagli echi celtici. La tensione sale immediatamente con l’ingresso in scena dell’elettronica intensa e minimale tanto cara ai nostri, già dalla seconda traccia Moonshine, nella quale la voce di Lou Rhodes, accompagnata da quella del cantante e compositore dub irlandese Cian Finn, si intreccia con le ritmiche sincopate e i sintetizzatori profondi e scarni di Barlow.

Il singolo Armageddon Waits, che ha preceduto di un paio di mesi l’uscita del disco, ci guida nell’ascolto dei successivi brani, caratterizzati da una cura sonora e degli arrangiamenti sempre impeccabile, cui si affianca una composizione di precisione chirurgica ma, anche per questo, non particolarmente ricca di guizzi che possano sorprendere, che tuttavia non risultano completamente assenti. Tra questi si segnalano Bulletproof, nella quale la voce della Rhodes si inerpica come un’edera su un rigido muro dubstep, e l’esperimento strumentale Deep Delirium, momento di maggiore ricchezza sonora dell’intero album, nel quale archi e ottoni si fondono all’elettronica e ad una sezione ritmica carica come non mai.

L’altro singolo Illumina, pubblicato circa un’anno e mezzo fa ma perfettamente coerente col resto del disco, ad ulteriore conferma, qualora fosse necessaria, del fatto che il tracciato seguito dal duo di Manchester in questo settimo album proceda su binari ben saldi, dai quali le divagazioni sono rare e sempre estremamente ponderate, precede le due ballad finali, che suonano come una sorta di fade out.

Un disco, dunque, caratterizzato da una forte componente estetica e dalla cura maniacale di atmosfere, arrangiamenti e produzione a cui i Lamb ci hanno abituato nel corso degli anni, ma anche da scelte compositive che, tendenzialmente, seguono strade sicure già battute dalla band ma nelle quali si innestano alcuni pregevoli, seppur rari, momenti di sperimentazione.




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