In the Silence Slectric: nell’oscuro mondo dei Julie’s Haircut

Il percorso dei Julie’s Haircut è chiaramente tracciato lungo un percorso sempre più mistico ed oscuro, come hanno ampiamente dimostrato l’ipnotico Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin del 2017 e la colonna sonora Music From The Last Command, sonorizzazione dell’omonimo film del 1928.

Il gruppo emiliano non perde colpi e con In the Silence Electric, in uscita il 4 ottobre 2019 per Rocket Recordings, piazza un ulteriore tassello nella propria discografia, che prosegue coerentemente la strada stilistica intrapresa. Un lavoro che sostanzialmente mantiene immutata la formula del sound della band, che si destreggia fra rock psichedelico e krautrock.

Va riconosciuta al gruppo la capacità di riuscire a far immergere immediatamente l’ascoltatore nel loro mondo, repentinamente trascinato in un vortice di chitarre sferzanti e lancinanti accompagnate da sussurri flebili ed eleganti: è così che Anticipation of the night, traccia d’apertura dell’album, riesce pienamente nell’intento.

I singoli Until the Lights Go Out e Sorcerer sono rispettivamente un mantra ossessivo l’uno ed un turbine di psichedelia compulsiva l’altro. Tra i due c’è Lord Help Me Find The Way a far da collante, un inno, quasi una preghiera, dalle tinte lunari e soffuse: la litania satanica del gruppo.

Darlings of the Sun è il giusto connubio fra l’oriente e l’elettronica, mentre In Return è un viaggio onirico e pulsante. Pharoah’s Dream mette in luce l’alchimia e la bravura del gruppo, risultando un brano maturo ed ipnotico.

Complessivamente, In the Silence Electric è una buona prova da parte di un gruppo dalle qualità certamente non sconosciute e che nel corso della propria carriera ha sbagliato veramente poco. Qualche perplessità sorge sul fatto che si discosta fin troppo poco dal precedente e che tutto sommato non aggiunge chissà quanto alla discografia del gruppo.

Un semplice esercizio di stile dunque? No, perché rimane una proposta interessante e coerente nella musica dei Julie’s Haircut, ma priva di quella spinta in più che l’avrebbe reso uno dei migliori album dell’anno.