Il sangue del menestrello
Continuano con una certa costanza le pubblicazioni del bardo Jozef van Wissem, che ormai con il suo liuto ha plasmato un suono riconoscibilissimo e quasi unico nel panorama attuale, anche in virtù della buona fetta di pubblico raggiunto nonostante una proposta tutt’altro che facile. Se già in occasione di The Night Dwells in the Day (2024) avevamo evocato la figura di un cantore rinascimentale ritrovatosi suo malgrado nell’attuale contemporaneità, anche nel nuovo This Is My Blood, in uscita il primo maggio 2026 per Incunabulum, è facile immaginarlo al centro di una sala cinquecentesca a declinare suoni in chiave misterica. L’atmosfera oscura di stampo dark folk del disco precedente (e di tanti altri della sua produzione) persiste, lontano dalla giocosità di corte e più vicino ad oscuri incontri privati, ma in questo caso i sette pezzi del disco vanno oltre, focalizzandosi su quella componente d’avanguardia mai sopita nelle trame di liuto del Nostro.
All’avant-folk va a braccetto una certa fascinazione per l’American Primitivism/Ambient Americana che emerge sin dagli arpeggi della fluviale Praise Shall Sound From Shore to Shore Untill the Sun Shall Rise and Set No More, esempio dell’anima più barocca del musicista olandese. C’è, insomma, tutto ciò a cui van Wissem ha abituato i suoi ascoltatori, segno di una proposta ormai codificata e che non avrebbe senso stravolgere.
Via, quindi, con una sequenza di inserti volti ad arricchire ogni traccia: il respiro, tanto minimale quanto neoclassico, di Concerning Our Saviours Silence, gli echi sotterranei drone/noise di How You Must Enter Into Suffering, la voce che entra improvvisamente in scena per Remission, l’inaspettata incursione in uno stranamente rassicurante blues nella conclusiva What the Eternal End Is.
This Is My Blood accresce la poetica di Jozef van Wissem, giocando con tutti gli elementi fondativi della sua impronta sonora. L’ennesimo atto di resistenza di un musicista che sembra uscito da un’altra epoca e, proprio per questo, non ha bisogno di cambiamenti. Fedele a una proposta lontana da qualsiasi logica moderna (e quindi commerciale), ciò che resta è un lavoro nato quasi per caso, prodotto da improvvisazioni per il film Maquina di Joaquim Pujol, eppure perfettamente inserito nella discografia dell’autore.
Classe ’99, laureato in Lettere moderne e alla magistrale di Filologia moderna alla Federico II di Napoli.
La musica e il cinema le passioni di una vita, dalla nascita interista per passione e sofferenza.
