I salmi sintetici di John Poubelle

Definisce la sua musica come “punk fragile de sous-sol” (fragile punk del sottosuolo) Louise Burgers (Il Gran Diavolato, Cellule de Crise) che con il moniker di John Poubelle, crea inni sacri digitali, crudi e inquietati. Le sue produzioni sono il frutto quindi di salmi sacri reinventati in chiave sintetica per ottenere landscape esoterici e astratte musiche liturgiche.

Il suo nuovo album, Pléistocène Supérieur, è uscito il 23 giugno in formato digitale e tape per la label Commando Vanessa. Quaranta minuti che oscillano tra una sensazione di pura e bella imperfezione

Un suono sinistro e misterioso in apertura diSur les décombres d’un vitrail fa da tappeto sonoro ai canti sacri. Le voci angeliche si contrappongono a droni ruvidi che infondono un senso di profondità spaziale alla traccia. Guidata da una tensione elettrica costante, la seconda traccia, Catastrophe piment, punta sui toni acidi e su implosioni, nascondendo sul finale una ritmica destrutturata che vanno a camuffare una ambient techno alla aphex twin che si ricongiunge con la successiva À cesjours. Una voce che sembra provenire da dentro viene cullata da organi degli anni ’80, una composizione che verte su pochi elementi dal carattere post punk.

Atmosfera cupa e asfissiante per Poison, le urla di Poubelle diventano agghiaccianti invocazioni, erosioni elettroniche che fanno della traccia un rito cerimoniale tra riverberi evocativi e droni polverosi. Soldo degli angeli è un celestiale canto accompagnato da un ossessivo beat scarno e minimale che verte sulla ritmica e un flebile sintetizzatore, il tutto suonato come un requiem. A S’envole John affida la conclusione del disco: l’inquietudine di tutto l’album lascia spazio al candore e quella pace dei sensi che riesce a donare l’ascolto del canto finale, esile e delicato.

Reinterpretare in maniera personale la musica sacra per dar spazio al proprio Io interiore, è questo l’intento di Pléistocène Supérieur, un album particolare, non di facile ascolto, ma che riuscirà a far breccia nell’ascoltatore solo dopo vari ascolti. Un amore che sboccia piano piano.




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