Irina Nëstor non è destinata a scomparire

Irina Nëstor è una band strumentale di post rock elettronico. La loro musica spazia tra rock, post-rock ed elettronica, con influenze che comprendono Mogwai, Trentemøller, Sleep Party People, Aphex Twin, Massive Attack, Bonobo, GYBE, God is an astronaut. A Marzo la band ha pubblicato il primo album One Day You’l Miss Today ovvero un pensiero sulla necessità di comprendere che siamo creature destinate a scomparire.

Chi è Irina Nestor e come è nata la band?

Ciao ragazzi, innanzi tutto grazie mille per questo spazio.

Venendo alla vostra prima domanda: dovessimo sintetizzare con una sola frase, Irina Nëstor è stata una donna coraggiosa e, in un certo senso, una rivoluzionaria inconsapevole.

Nella Romania degli anni ’80, durante la fase terminale e più cupa della dittatura di Nicolae Ceaușescu, Irina doppiò, in segreto e contro le leggi liberticide del suo Paese, una impressionante quantità di pellicole cinematografiche occidentali. Quei film proibiti ebbero una diffusione straordinaria sul mercato nero, rendendola un vero e proprio mito tra la popolazione.

Questa storia di resistenza – insieme avventurosa e rocambolesca – ci ha affascinati fin da subito, ed ecco spiegata la scelta del nostro nome. Inoltre, l’idea chiamare una band strumentale con il nome di una donna che usò la sua sola voce come strumento di lotta politica ci sembrava particolarmente interessante e, per certi versi, ironico.

Quanto alla formazione del gruppo invece, la faccenda è assai più prosaica: siamo cinque musicisti che avevano voglia di suonare post rock elettronico, e si sono trovati attraverso una serie di annunci pubblicati sul web.

Il vostro sound è un mix di post rock, elettronica e momenti heavy. Come nasce questo suono particolare?

Proveniamo tutti da esperienze musicali assai diverse. Post-punk, elettronica, new wave, ambient, dark, persino minimal techno. Come singoli musicisti, abbiamo militato in molte band diverse prima di formare gli IN; questo bagaglio musicale deve essere evidentemente confluito in modo molto naturale in quello che è, attualmente, il nostro sound.

In Hawaii l’elettronica è presente  in maniera più prepotente rispetto alle altre tracce. Ascoltando tutto l’album le chitarre sono il centro della vostra musica, nel caso di Hawaii avete lavorato prima alla strumentale e aggiunto l’elettronica per colorarla o è nata dal beat la traccia e poi il resto è venuto di conseguenza?

Hawaii è nata da un semplice arpeggio di chitarra, e si è trasformata in una suite elettronica di quasi otto minuti… Per quanto possa apparire banale dirlo, cerchiamo davvero di non porci alcun vincolo metodologico nella composizione dei nostri brani; alcuni si sono sviluppati a partire da un singolo suono elettronico, altri da un pattern ritmico che ci sembrava particolarmente interessante, e così via. Questo approccio di assoluta libertà alla materia musicale è, del resto, l’unico possibile per noi: l’idea di un qualche canovaccio da seguire ci annoia mortalmente.

Il lato più ruvido della vostra musica è caratterizzato da tracci heavy come Radio Guerrilla a metà strada tra God Is An Astronaut e 65daysofstatic. Come riuscite a far convivere un suono melodico ma allo stesso tempo spigoloso e duro?

Adoriamo le tessiture melodiche. Lavoriamo moltissimo sugli incastri strumentali e sulle loro relative quadrature ritmiche; è un processo corale appassionante, per noi. Ci piace l’idea di mantenere una “cantabilità” anche all’interno delle composizioni più ostiche, e, al contempo, creare un “wall of sound” che sia il più possibile d’impatto per chi ascolta – in questo senso, restiamo una band con un solido approccio live alla scrittura. Il nostro obiettivo è quello di trovare una sintesi ideale tra i due elementi di cui sopra e la componente elettronica.

La musica strumentale si presta bene come colonna sonora dei film. Con quale regista vi piacerebbe collaborare e soprattutto con che tipo di film assocereste la vostra musica.

Come facilmente intuibile già dal nostro nome, il cinema – e più in generale tutta l’arte visiva – rappresenta per noi una grande passione ed una inesauribile fonte di ispirazione. Dal vivo ci avvaliamo dalla preziosa collaborazione del collettivo Vjit³ – un coordinamento di video artists geniali, con una estetica in equilibrio tra musica, cinema e filosofia – che cura la parte visual del nostro set con performance video mixate dal vivo. L’elenco dei registi, di ieri e di oggi, che amiamo e che vorremmo sonorizzare – o con cui sogniamo di collaborare – è pressoché infinito… Jean Vigo, David Lynch, Jean Luc Godard, Terrence Malick, Denis, Villeneuve, Matteo Garrone, Abel Ferrara…

One Day You’ll Miss Today è un pensiero sulla necessità di comprendere che siamo creature destinate a scomparire. Secondo voi oggi realizzare un disco è un qualcosa destinato a restare o la musica è diventata così di facile consumo che anche gli album sono destinati ad finire nel dimenticatoio nel giro di pochi mesi?

 L’album si propone come una indagine per soli suoni sulla dicotomia tra la caducità della vita e la ineluttabile tensione, propria di ogni essere umano, verso il desiderio. Crediamo che la risposta alla tua domanda differisca da persona a persona; ci sono individui per i quali (oggi come ieri) ogni manifestazione della realtà rappresenta esclusivamente un bene di consumo – incluse le relazioni sentimentali o qualsivoglia forma d’arte. Altri esseri umani, invece, riescono ancora a concedersi l’abbandono e creare la propria privatissima isola al di fuori della nevrosi quotidiana, dove coltivare idee, suggestioni, affetti e – perché no? – ascoltare un po’ di buona musica.

Quali sono cinque dischi fondamentali che non possono mancare nella vostra collezione?

Il disco da isola deserta… difficilissimo. Ok, te ne diciamo uno a testa:

Tony: The Cure, Disintegration.

Gian: Led Zeppelin, The songs remain the same.

Flavio: Massive Attack, Mezzanine.

Don: The Clash, London Calling.

Dario: Qualsiasi cosa di Django Reinhardt o Frank Sinatra.

Leggi la recensione dell’album One Day You’l Miss Today QUI