Sotto il tappeto con le I’m Not a Blonde

Le I’m Not a Blonde sono Camilla “Oakland”  Matley e Chiara Castello, non solo colleghe ma ormai navigate anche sul palco. Era il 2015 quando hanno esordito con il loro primissimo lavoro, EP01, composto da tre brani dal taglio nettamente elettronico. Quattro anni dopo, il duo arty-electro-punk ha pubblicato Under the Rug, un disco che affronta la complicata tematica delle paure, quelle che ad un certo punto della vita non si possono più nascondere o evitare. Un album ricco di sfumature con al centro i redivivi anni Ottanta.

Under the Rug, il vostro ultimo lavoro discografico, sta riscontrando grandi consensi. Un disco che molti definiscono colorato, maturo. Lo ritenete il vostro lavoro migliore? Vi soddisfa a pieno o col senno di poi avreste cambiato qualcosa? 

È sempre difficile fare una valutazione obbiettiva del proprio lavoro, e definire una classifica di cos’è meglio o peggio. In realtà siamo legate affettivamente a tutti i nostri dischi. Hanno segnato momenti diversi della nostra storia. Sicuramente consideriamo questo disco un punto di incontro tra i due precedenti: tra l’istinto e l’immediatezza del primo e l’articolazione sonora del secondo. Per questo motivo ci soddisfa molto.

Riff accattivanti, Synth e Drum Machine rendono questo album impossibile da ascoltare restando fermi. Mi verrebbe da dire che il vostro è un album pensato per un live di grande impatto. Mi sbaglio? 

Prendiamo questa affermazione come buon auspicio per il live. In realtà non abbiamo assolutamente pensato il disco in prospettiva del live, anzi, ora che abbiamo appena preparato il nuovo set ci siamo trovate davanti a brani non semplici da ripensare suonati dal vivo, sopratutto i mid tempo tipo Too Old e Latin Boys, per fortuna i primi concerti ci stanno dando dei buoni feedback.

Vi sentite più architetto/designer o più musiciste? Ritenete che il vostro estro artistico combaci con la vostra formazione professionale, o meglio: come le competenze acquisite con lo studio e la ricerca hanno influenzato il vostro modo di fare musica? 

Mm non saprei, diciamo che le creatività s’incontrano, e in un disco ci sono, oltre alla musica, anche aspetti visivi e grafici. Probabilmente la nostra formazione ci ha dato un metodo e a volte ci piace pensare alle nostre musiche come a delle “architetture” sonore fatte di layer (rif) che si aggiungono o vengono sottratti.

Ci raccontate come è nata la collaborazione con Backseat e come sta andando? 

Abbiamo avuto il contatto di Backseat da Ja La, nostro ufficio stampa italiano, perché avevamo desiderio di portare la nostra musica in Germania. Inizialmente Backseat si è occupato di PR per il nostro disco precedente. Dopo quella prima esperienza ci siamo trovate molto bene ed essendo loro anche etichetta discografica ci hanno proposto di pubblicare il nuovo disco, e cosí è stato. Siamo felici di questa collaborazione, la sensazione  è quella di grande cura e sensibilità per i progetti che decidono di prendere. La risposta del pubblico in Germania ci sembra buona e presto partiremo per un tour tra Germania e Austria.

Come sta procedendo il nuovo tour? Come sta reagendo il pubblico alla vostra musica? 

Il tour è appena iniziato (abbiamo fatto solo 3 date al momento) ma siamo soddisfatte, perché ci sembra che anche i pezzi nuovi funzionino dal vivo. Il nuovo live ha sicuramente un andamento diverso rispetto al tour precedente. Ha una dinamica emotiva in progressione, parte con dei mid tempo per arrivare con la spinta massima verso la metà. Il pubblico sembra apprezzare questa scelta, che  forse rende più godibile il concerto nella sua interezza

Raccontateci di quando avete aperto il concerto di Mike Shinoda a Milano.

Ti confessiamo che inizialmente eravamo molto preoccupate. I fans di Shinoda sono dei fans tosti, dei “puristi” e gli opening act possono sembrare degli intrusi. In realtà poi per fortuna si sono dimostrati dei fans incredibili. Ci hanno travolte con il loro calore tanto che alla seconda apertura a Padova, il giorno successivo a Milano, nell’attesa dell’inizio della nostra performance, dal pubblico si è alzato un coro che cantava Peter Parker, uno dei nostri pezzi. È stato molto emozionante. Per non parlare della possibilità di conoscere Mike Shinoda. é  una persona incredibile, molto alla mano, che da tutto se stesso alla sua musica e al pubblico.

Qual è l’ultimo album che avete ascoltato e con chi vi piacerebbe collaborare?

Ultimo disco ascoltato quello di Sampa the great e ci piacerebbe collaborare con Planning to Rock

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