La fotografia che mostra la realtà dei Goodbye, Kings

I Goodbye, Kings vengono da Milano, suonano un post-rock strumentale con incursioni noise e jazz, in una particolarissima miscela musicale da loro stessi definitiva “instrumental soundtrack for a never made european retro movie”. Con due album alle spalle,Vento e Au Cabaret Vert, il 27 maggio 2019 hanno pubblicato il terzo lavoro A Moon Daguerreotype.

Da dove nasce il nome Goodbye, Kings e cosa vuol significare.

Davide: L’abbandono di una certa dimensione storico-culturale. L’addio ai Re -anche in memoria dei grandi Rush- potrebbe riferirsi, anche sul piano artistico, al saluto di certe grandi certezze, responsabili, più o meno giustificatamente, della loro epoca.

A Moon Daguerreotype si basa sull’idea che la nascita della fotografia abbia permesso all’uomo di indagare sulla sua stessa esistenza in una maniera nuova, riproducendo meccanicamente il mondo intorno a lui. Fotografateci la vostra musica, come la descrivereste.

Davide: Ci piace pensare di essere partiti da qualcosa di solido e conosciuto e pian piano essere evoluti verso un qualcosa sempre più personale, contaminandolo con ognuna delle nostre esperienze esistenziali e di fruizione artistica. Una musica che possa essere la fotografia stessa di un certo momento, di una certa line-up, di una certa strumentazione. Così ha fatto la fotografia, la letteratura, il cinema e l’arte in generale. Meccanicamente, sì, ma anche profondamente legandosi alle esperienze dell’autore. Pensiamo a Méliès e al suo cinema, dal suo occhio di vero illusionista, ad esempio.

Le vostre tracce sono tutte molto lunghe, sembrano quasi della jam. Come nasce una vostra strumentale? Data la palese influenza jazz nella vostra musica, le tracce nascono dall’improvvisazione in studio o ognuno di voi porta già delle parti finite da incastrare le une con le altre?

Riccardo: Possiamo dire che i pezzi nascono in entrambi i modi, anche se capita molto più frequentemente che le canzoni nascano da riff o giri armonici. Una volta che abbiamo del materiale, lo ascoltiamo e quando ci troviamo in saletta ci parliamo, ci ascoltiamo e cominciamo a suonare in modo tale da poter costruire al meglio il pezzo. Ovviamente, suonando si improvvisa anche molto non avendo ancora stabilite le parti e spesso nascono bei fraseggi.

Luca S: l processo con cui sono nate le tracce di A Moon Daguerreotype è molto interessante e dimostra come anche un gruppo di sette elementi possa interagire nella scrittura ed arrangiamento di un brano. Il materiale di base è stato messo insieme per lo più da me, Davide e Matteo pur essendo stato lasciato abbastanza aperto per poter ricevere il contributo degli altri musicisti della band, ognuno col proprio suono caratteristico e il proprio modo di interagire con il materiale musicale. Nonostante la presenza di strutture abbastanza rigide negli arrangiamenti, ci teniamo a lasciare un po’ di margine di libertà all’interno del quale ognuno di noi possa di volta in volta interpretare quello che è stato suonato in studio, o al concerto precedente. Due momenti significativi del disco da questo punto di vista sono la sezione minimale e puntillistica di Drawing With Light e il delirio armonico presente nella parte centrale della traccia A moon Daguerreotype in cui abbiamo personalizzato un giro di accordi molto comune nel jazz, sotto l’influenza della musica di Olivier Messiaen e di un certo modo di suonare dei The Mars Volta. Nonostante questa dose di libertà per ora non ci siamo mai concessi di improvvisare liberamente in studio, ma è una cosa che pensiamo di fare nel prossimo lavoro, su cui già stiamo lavorando. Negli otto minuti di Méliès, The Magician convivono momenti caldi e incursioni jazz con chitarre alla Isis, come riuscite a far stare insieme elementi apparentemente molto distanti.

Riccardo: Il bello della musica sta proprio in questo: riuscire a far convergere generi, stili spesso dissonanti o in contrasto in un unico grande calderone… in questo Meltin’ Pot musicale, guidati e ispirati dal tema che abbiamo voluto dare a questo album, nasce la nostra musica.

Luca S: Penso che questo sia possibile grazie ad un’enorme fiducia reciproca all’interno della band, per cui la sensibilità, gli ascolti e le influenze di ognuno di noi possono essere portati senza paura in sala prove, in studio e sul palco.

Teo: Non ponendocelo come obiettivo: alla base del progetto c’è un’idea sonora ma l’abbiamo lasciata evolvere naturalmente, non abbiamo mai voluto forzare insieme i generi, è semplicemente una cosa che ci viene naturale, visti anche gli studi in campo jazz che alcuni di noi hanno compiuto e compiono tuttora.

Giphantie è fatta di trame complesse e un sound cupo. Anche se avete alle spalle studi classici, quali ascolti vi hanno portato a un sound di questo tipo?

Riccardo: Ognuno di noi ha fatto percorsi musicali di ogni tipo, dall’heavy metal, al jazz, alla musica classica, all’elettronica… presi singolarmente, ognuno di noi ha il proprio bagaglio musicale e lo condividiamo suonando… in questo miscelarsi di studi e esperienze nasce Giphantie. Come ascolti, citerei i Tortoise, i Pink floyd, i Rush, i Nine Inch Nails, i Neurosis, Keith Jarrett..

Luca S:  Penso che questo sia uno dei pezzi che più racchiudono la molteplicità di influenze musicali che ispirano la nostra musica. La prima parte è senza dubbio influenzata dalle ritmiche serrate di alcuni pezzi dei Nine Inch Nails (uno dei nostri gruppi preferiti, nonché grande fonte di ispirazione), a cui abbiamo sentito la necessità di sovrapporre una melodia ritmicamente libera dalla pulsazione, suonata da due strumenti dal suono molto diverso (il suono caldo del sax tenore e quello ruvido e graffiante della chitarra distorta) che interagiscono a livello ritmico andando ad amplificare lo spazio e lo spettro sonoro. Nella seconda parte la melodia viene ripresa ma questa volta è sovrapposta ad una ritmica serrata ispirata al flamenco, che abbiamo voluto usare come base per un’improvvisazione che personalmente mi ricorda una certa declinazione del jazz modale (su tutti i dischi di Coltrane con Elvin Jones di fine anni ’60).

Teo: La maggior parte di noi è cresciuta con rock, metal, punk, poi maturando ognuno ha allargato i suoi orizzonti. Il suono di Giphantie vuole avvicinarsi in qualche modo al metodo dei Tortoise, meccanico ma non gelido, aprendo invece il finale nella trama ritmica basata su una clave di ispirazione afro-cubana. Ancora una volta, è un contrasto che ci è venuto naturale e poi abbiamo elaborato.

Il dagherrotipo inizia un’era tecnologica e di rappresentazione della realtà che ha dato inizio sia al cinema che ad una nuova pittura, ad una nuova scrittura e a un nuovo modo di conoscere le cose, fino ad arrivare all’utilizzo forsennato e acritico delle immagini di oggi. Scegliete un film, un quadro e una poesia che potrebbero essere accompagnati dalla vostra musica.

Davide: Nell’album l’accompagnamento visuale si lega a Le Voyage Dans La Lune di Méliès, ad esempio. Questo potrebbe essere un buon esempio per l’album: la luna, il proiettile-astronave, i nativi lunari. C’è un po’ tutto l’immaginario tardo Ottocentesco e Primo Novecentesco che ci interessa molto. Sui quadri e le poesie abbiamo fatto molto riferimento nel nostro primo Au Cabaret Vert, in particolare a quelli di Toulouse-Lautrec, Degas e Rimbaud.

È difficile per una band fuori da ogni canone ritagliarsi lo spazio che merita in Italia.  Perché secondo voi hanno tanto successo i prodotti commerciali fatti col copia e incolla? I giovani hanno perso la voglia di ricercare la qualità? Perché la musica colta non riesce ad arrivare al grande pubblico ma resta chiusa nella sua nicchia?

Riccardo: La risposta è veramente articolata e sicuramente meriterebbe un’analisi più approfondita. Cercheremo di dare una risposta senza essere eccessivamente prolissi; la “multinazionale” della musica, risponde ne più ne meno alla logica della domanda e dell’offerta. Qui la logica è molto semplice: vendere dei prodotti, che siano commerciali, fruibili e di consumo, in poche parole, passata la hit o l’album, sotto con il prossimo. Allo stesso tempo, in generale crediamo si sia perso un po’ quello spirito “pionieristico”, quell’entusiasmo, quella curiosità e quella fame di ricercare musica. Allo stesso tempo, anche il rapporto tra le persone e la musica dal vivo è cambiato considerevolmente, si vuole andare sempre “a colpo sicuro”… al di là che sia colta o no, la musica dovrebbe essere sentita come arte, e non come un qualsiasi bene commerciale da utilizzare e smaltire…

Teo: Se guardi bene è sempre stato così negli anni, a parte forse per l’epoca d’oro del progressive. Negli anni ’90 gruppi come Slint, Tortoise o Bark Psychosis avevano il loro pubblico ma non sono mai stati mainstream, è naturale. La musica per le masse, a parte sporadici casi, è rassicurante e prevedibile, quello che facciamo noi può arrivare a essere anche sgradevole talvolta e anche per questo è meno prevedibile, non vedremo mai musica di questo tipo a Sanremo ma del resto, chi lo vorrebbe?

Le copertine dei tre album Au Cabaret Vert, Vento e A Moon Daguerreotype hanno tutte uno sfondo bianco e uno stile grafico simile, è una scelta voluta, c’è un filo conduttore o è una casualità?

Davide: Beh, naturalmente non è una casualità, né la (s)fortuna di aver finito il toner dei colori. Diciamo che tentiamo di offrire un lato estetico proprio. E il grande spazio bianco di Mallarmè è sempre dietro le righe. Essere identificati con delle copertine bianche ci permette anche di offrire un’immagine ogni volta differente che speriamo possa cogliere il punto dell’album. Per Au Cabaret Vert c’era la bambina-ballerina di Degas, per Vento c’è il tarassaco, per questo c’è la sagoma della Luna.

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