Quando la civiltà ha bisogno di Poesia: Giovanni Truppi

Una delle voci, degli autori, più talentuosi dell’attuale panorama musicale italiano, Giovanni Truppi, torna a mostrarsi al pubblico con il suo nuovo disco, Poesia e Civiltà.

Una ventata di freschezza in un universo melodico che costantemente banalizza le proprie tematiche con frasi trite e ritrite contornate da musicalità modaiole dalla vita troppo breve per potersi definire incisive. Uno spazio d’eccellenza in cui la semplicità diventa strumento per dare maggior valore ai contenuti trattati.

Poesia e Civiltà edito per Virgin Records (Universal Music Italia) si mostra come un lavoro completo, forse tra i più complessi e sentiti di Truppi, che conferma il valore dei dischi precedenti, lasciando presagire buone nuove per il futuro. Un disco atteso che arriva come un regalo e allo stesso tempo un momento di riflessione.

Come una sorta di confessione, in cui Truppi ammette di inserire similmente ad un mago, le proprie esperienze all’interno delle proprie canzoni, l’artista si mette a nudo, brano dopo brano, svelando non solo i propri pensieri e le proprie idee, politiche, civili, sentimentali, ma anche il vissuto che lo ha reso ciò che al giorno d’oggi è. Un’opera dallo stile elevato, che raggiunge picchi altissimi d’intensità e di intelligenza, che si mostra empatica, singolare e capace di riunire sotto le sue note, ascoltatori diversi.

Poesia e Civiltà, è un continuo crescendo: brano dopo brano, il disco aumenta il proprio spessore emotivo e culturale, mantenendo, però, sempre un’umiltà fuori dal comune, una semplicità vivida che si lascia gustare ascolto dopo ascolto, senza annoiare, senza cadere mai nella retorica banale, nel vizio del comune, dell’ordinario. Eppure, allo stesso tempo, i temi principali fanno parte proprio della sfera dell’ordinario: amore, civiltà, società, rapporto con la famiglia, gli amici, se stessi. Dualità che non vive alcun contrasto, che si equilibra, conferendo a quell’universo un tono, un aspetto solenne, importante. Fulcro centrale del disco è proprio questo: comprendere quanto la semplicità dei rapporti, dei contrasti, delle esperienze, sia eccezionale e quanto ognuno di noi, come singolo individuo, proprio perché unico possessore di un’identità, fatta di esperienze, diversa rispetto agli altri è, effettivamente, speciale.

Così com’è speciale la musica e la melodia dei brani di Poesia e Civiltà, ricca di dinamiche che esaltano più l’aspetto emotivo che tecnico, dove il suono e l’armonia hanno importanza principale e si adeguano perfettamente alle parole e all’intensità della voce di Truppi.

In Borghesia prevalgono in maniera decisa pianoforte e basso, come anche nel brano che ha anticipato il disco L’unica oltre l’amore, riflessione filosofica su ciò che accomuna il genere umano, al di là della cultura, del tempo e della storia.

Truppi non abbandona la sua vena punk sempre presente nei temi, ma messa in musica grazie a I miei Primi sei mesi da Rockstar. Sorprendente il finale, quando Truppi mette in musica un testo del grande antropologo Lewis H. Morgan tratto da Ancient Society (il brano ha il titolo omonimo) svelandone l’incredibile attualità politica e sociale.

Un ricordo vago, sfocato ma comunque ben definito di De Andrè, di Dalla, di Gaber.

Un ricordo che fa sorridere. A volte lacrimare.