Francesco Perissi e l’arte che serve per guarire

Produttore, sound designer e polistrumentista fiorentino, Francesco Perissi XO combina  trame create dalla chitarra elettrica con elementi ritmici e filtri elettronici, nonché melodie vocali che si traducono in composizioni pop / IDM d’avanguardia. Con ROSSANA, il suo terzo album, voce, chitarra elettrica ed elettronica vengono combinate per dar voce alle emozioni, un disco che fa della musica il mezzo per guarire da una perdita.

Partiamo innanzitutto dal tuo nome d’arte, come mai la scelta di utilizzare la faccina XO?

Seguendo la divertente scia delle varie interpretazionielaborate nel tempo, XO potrebbe essere: la faccina, il diminutivo del mio cognome scritto in simbolo, l’unione degli opposti descritto dall’insieme chiuso e aperto o la sigla planetaria utilizzata per descrivere i pianeti extrasolari. A voi la scelta! Il mio nome intero a fianco nasce dai problemi di reperibilità della sigla XO, che è utilizzatissima (senza fare pubblicità mi segnalano spesso essere un ottimo rum), e anchedal desiderio di unire il nome vero con lo pseudonimo, l’originale e le sue vesti,infatti ho anche un altro progetto di matrice più elettroacustica per chitarra elettrica spazializzata in esafonia,che si chiama X6.

Citando Alejandro Jodorowsky: “Non mi piace l’arte che serve solo a celebrare il suo esecutore, mi piace l’arte che serve per guarire”. In che modo la realizzazione di questo album ti ha permesso di superare la perdita di una persona cara? Pensi che la tua esperienza possa essere di aiuto per chi deve elaborare un lutto?

Questo album nasce da una separazione traumatica che mi ha fatto riflettere su un lutto importante e sul valore che ha sulla vita mia e su quella di ognuno. Ascoltare e comporre musica mi aiuta da sempre per riconoscermi e poter estrapolare dimensioni emozionali di me stesso esprimibili con fatica a parole. Liberare l’energia creativa attivamente è un modo per non cadere nel baratro dell’immobilismo e cominciare a dare un nome e una forma alle parti intime e fragili di cui siamo composti. Non so seil disco mi ha aiutato a superare la perdita ma so che adesso ho meno disagio o paura nel raccontare alcuni miei punti deboli. Come mi è capitato di ripetere spesso nel riflesso inevitabile generato dal voler trattare certi argomenti, non sono uno psicologo, anche se adoro la psicologia, quindi non so se può aiutare anche altri e nemmeno vorrei assumermi la responsabilità di pretenderlo, ma credo che chi affronta questo viaggio musicale, conoscendone il significato e non voltandosi dall’altra parte, sia già a un buon punto di consapevolezza. La funzione del disco è generare una tensione liberatoria, mi auguro che funzioni!

L’album è un continuo oscillare tra atmosfere distese e introspettive a pulsazioni e tensioni elettroniche, come se ogni volta che il dolore stesse per svanire, si manifestasse nuovamente. È questa la sensazione che volevi infondere nel disco?

Per quanto il concept sia sicuramente partorito da una riflessione e ricerca razionale, i brani nascono in realtà molto spontanei, come se si cercasse di dar voce all’inconscio. Mi piace pensare di riuscire musicalmente a unire la parte più erudita e fornita di strumenti, insieme a quella totalmente genuina, connettere mente e anima insomma. Quindi direi che non c’è una sensazione precisa che volevo trasmettere, ma mi fa sorridere scorgerne i dettagli quando lo riascolto, mi aiuta moltissimo a gestire la materia di me stesso e, quando viene compresa e tutto torna, è veramente soddisfacente.

Non solo elettronica, nella tua musica vivono rock, post-rock, IDM, minimalismo. C’è un brano del disco al quale sei più legato e perché? Uno invece che consiglieresti a un ascoltatore con il quale può cogliere tutte le sfumature della tua musica?

Per avere una sorta di portfolio del mio lavoro direi F**k, che ritroviamo infatti in prima linea sul mio bandcamp. Per quanto questo pezzo non tratteggi le sfumature più introspettive e morbide, probabilmente riassume il mio amore per il rock, l’elettronica e l’utilizzo della chitarra;il brano doveva finire nel mio primo disco NDE (Near Death Experience) e invece lo ritroviamo in ROSSANA in veste moderna, quindi è un ottimo punto di collegamento. Sono legato a tutti i brani perché ognuno ha la sua storia/momento da raccontare, ad esempio Twins è stato scritto subito dopo aver incontrato la mia compagna attuale, con la quale duettiamo nel ritornello, Cherish dopo una confessione intima e importante a un caro amico e così via. Ogni volta che vado a riascoltarmi un pezzo mi emoziona più o meno a seconda di quello che sto vivendo.

F**k e Shine riprendono quelle atmosfere claustrofobiche e soffocanti care ai Nine InchNails. Soprattutto la prima per come usi le chitarre. Quanto ti ha influenzato la band di Reznor e soprattutto da cosa nasce un tuo brano, parti dalla melodia, un giro di chitarra? Svelaci il tuo modus operandi.

Sicuramente Reznor e NIN sono tra le band che mi hanno esortato a dire la mia in fatto musicale, di loro adoro la mistura compositiva avanguardistica derivata da ambienti rock, elettronici ma anche classici, come la riproposizione dei temi musicali con varianti e soprattutto la qualità nella produzione che non si perde mai in futili dimostrazioni, ma rimane ancorata alla coerenza. Per quanto riguarda le atmosfere sono innegabilmente anche le mie: un vuoto che è avvolto dall’oscurità e la spasmodica ricerca di luce. Per comporre certa musica credo non esista la ricetta perfetta, quando si pensa di averla trovata ci si accorge dell’abbaglio l’attimo dopo. In linea di massima cerco di avere una comfort-zone nella quale i miei strumenti, selezionati dopomolti tentativi, come tavolozze di colori per i pittori, sono pronti all’uso; si prende in mano il pennello e via. Può essere un giro di chitarra, una frase ritmica, un sample o un arpeggio di tastiera, un sapore musicale residuo di un sogno. Poi il vero lavoro è capire a posteriorise risuona davvero la direzione che stiamo prendendo e quali sono i confini che ci vogliamo imporre.

Soul è l’atto finale, delicata, intima fino a esplodere nel finale. Un atto di liberazione? Il segnale che il dolore è solo un ricordo? Come hai realizzato il brano, che strumenti hai utilizzato?

Soul è sicuramente uno dei brani che mi mette più in difficoltà, perché come giustamente segnali rappresenta la liberazione e mi esorta a condividere parti interiori molto fragili e sensibili che difficilmente ho espresso nella mia ricerca musicale. Ma il gioco è proprio questo, rafforzare e accettare le dimensioni di noi stessi più nascoste per poterle gridare ai quattro venti. A questo punto il dolore non è solo un ricordo ma si trasforma in qualcosa di potente e luminoso, si riesce a comprendere i passi maledettamente faticosi che ci hanno portato a essere quello che siamo oggi, e non ci resta che poter celebrare la bellezza ringraziando di possederla ancora dentro di noi. Per comporre Soul mi sono affidato a uno strumento in particolare,maxforlive, che ho programmato inizialmente per spazializzare il suono in tredici altoparlanti (sistema di ascolto 3D a cupola) e poi ho convertito in stereo. In breve, un generatore di impulsi a tempo randomico stimola dei sintetizzatori a modelli fisici che emulano dei cordofoni accordati su una scala maggiore. Questa ambientazioneautogenerativa e armonicamente costretta mi ha esortato a improvvisare alcune frasi melodiche con la voce che vengono filtrate e inserite in un campionatore per generare un crescendo. Con l’entrata dei bassi e degli ostinati ritmici l’atmosfera sospesa si risolve esplodendo nel ritornello, le frasi melodiche si concentrano su una ripetizione: l’atto liberatorio è compiuto.

Ci puoi suggerire tre album che hai ascoltato recentemente che secondo te meritano attenzione.

Purtroppo utilizzando dei canali digitali avevo perso la modalità “album intero” ed ero finito nel turbinio dei singoli da playlistcorellato daskip velocissimo;inevitabile indigestione musicale. Adesso per fortuna sto recuperando concentrandomi sugli album. Freschi di scoperta sono Fontaines D.C. – A Hero’s Death, che mi riporta nelle compiante atmosfere post-punk, FourTet – Parallel, per farsi rapire dalle modulazioni e stratificazioni elettroniche, AMMAR 808 – Global Control/InvisibleInvasion, perché sicuramente ero un ballerino-cantante arabo in qualche altra vita.

Puoi lasciarci con una citazione a tuo piacimento che ben rappresenti il mondo di Francesco Perissi XO.

I musicisti sono come le grondaie, la musica è come la pioggia…”.  Frase di un senzatetto incontratopoco prima di un’esibizione live.

Leggi la recensione dell’album ROSSANA QUI



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