Un minuto per emozionarsi

Fabrizio Paterlini è un musicista e compositore mantovano, classe 1973. Al debutto nel 2007 con Viaggi in aeromobile, nel corso degli anni ha sempre ottenuto ottimi riscontri da pubblico e critica grazie alla sua capacità di partire dal classicismo per arrivare ad abbracciare nelle sue composizioni elettronica ed archi. La sua grande capacità di raccontare storie attraverso il significato emotivo delle melodie trova forte riscontro nel nuovo progetto Transitions, una trilogia dedicata alle microstorie per piano solo.

La trilogia Transitions è dedicata alle “microstorie”. È più complesso racchiudere una storia in un minuto?  Come capisci se la tua composizione è conclusa o ha bisogno di svilupparsi ancora?

E’ complesso se pensato a tavolino ovvero se mi siedo al pianoforte e mi dico “ora compongo un brano finito che duri circa un minuto”. In realtà, le “microstorie” sono frutto di un processo che dura da molto tempo e che ha che fare con la ricerca dell’essenziale, nella vita come nel processo compositivo.

E allora un brano si conclude quando su quel tema non ho più nulla da dire e quando sento che quello che volevo comunicare è incluso in quel frammento di musica.

“Quante emozioni sei in grado di provare in un minuto?” è la domanda che ti ha spinto a realizzare la tua trilogia. Ti sei posto questo interrogativo perché l’ascoltatore medio ha una soglia di attenzione sempre più bassa? Dove hai tratto ispirazione per quest’opera?

In realtà, questa domanda è poi nata una volta che avevo già un buon numero di brani pronti. Mi è sembrato un buon modo per racchiudere questo mio “esperimento”: un minuto, che sembra breve, in realtà non lo è per nulla se pensiamo al numero di pensieri e di emozioni che siamo in grado di provare in quel lasso di tempo.

Sicuramente, poi, la nostra soglia di attenzione è sempre più bassa, ma il modo in cui questo progetto è nato è più legato al caso (come spesso capita) che ad una idea studiata prima.

La prima microstoria, infatti, l’avevo registrata per movimentare un po’ di il mio account di Instagram e ho registrato un video che è durato esattamente un minuto. L’ho postato, ho visto che ha funzionato e allora mi sono detto “perchè no?”.

Come mai Transitions II non è stato registrato live come il primo capitolo a Villa Dionisi, ma in uno studio di registrazione?

Transitions in Villa Dionisi rimane qualcosa di unico. Quella location, quel respiro, quell’atmosfera è ovviamente impressa nelle note registrate quel giorno. Quelle note acquisiscono ancora più significato se legate al video di Transitions che cerca di riflettere quella magia anche a livello visivo.

Gli altri due capitoli li ho registrati in studio – atmosfere come quelle respirate quel giorno d’estate a Villa Dionisi non si ripetono, devono restare uniche.

Ascoltando i tuoi album precedenti si ha come la sensazione di un abbraccio intimo, mentre questo tuo nuovo progetto lo possiamo paragonare ad una carezza. Transitions è un progetto di passaggio, un ponte tra quello che hai pubblicato in passato e quello che ci farai ascoltare in futuro?

Si, direi di sì. Transitions, originariamente, voleva essere proprio questo. Ho già pronto il master del prossimo lavoro, che, più tradizionalmente, ha brani più lavorati e ricchi di suoni.
Però mi è piaciuto mettermi in gioco proponendo una serie di musiche dalla durata così spiazzante. “Quando ci sarà la versione completa?” è una delle domande che più frequentemente mi vengono poste quando pubblico le microstorie su Instagram… beh, questa è la versione completa. Il resto del brano lo puoi immaginare come meglio credi! (ride)

Dovendo farci tre nomi di musicisti emergenti italiani in ambito neoclassico, chi ci suggeriresti?

Sicuramente andrei ad indicarti il roster dell’etichetta che ho fondato 3 anni fa, la Memory Recordings. Tutti i musicisti con cui ho avuto il privilegio di lavorare sono ottimi musicisti le cui musiche mi hanno sempre fatto emozionare.

E per quanto riguarda la musica elettronica?

Non seguo molto la scena elettronica “emergente” – sono più legato a nomi che già hanno un loro imprinting e pubblico significativi. Tra gli italiani, sicuramente mi viene in mente il sardo Saffronkeira, che ha uno stile ipnotico e coinvolgente.

Potendo scegliere di esibirti dal vivo con una formazione allargata (chitarra, basso, batteria, etc.), quali musicisti vorresti con te sul palco?

L’unica formazione “allargata” che al momento ha un senso per la mia musica è composta da archi.

Spesso giro con il mio trio e mi è capitato di suonare con una piccola filarmonica a Mosca – un concerto che difficilmente dimenticherò.

Leggi la recensione dell’album Transitions II QUI
Leggi la recensione dell’album Transitions I QUI



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