Eve Libertine e l’anarchia ai tempi di Jack Kerouac

Sembra che sia passata un’eternità da quando i Crass alla fine degli anni ’70 rivoluzionavano a modo loro il concetto di anarcho-punk e pubblicavano The Feeding of the Five Thousand e Stations of the Crass. E in effetti è davvero passata un’eternità, il mondo ai tempi era completamente diverso dalla realtà attuale, soprattutto sotto il punto di vista musicale.

Ci separano esattamente quarant’anni da quegli attacchi sfrontati a Dio, alla Regina e a tutto il Regno Unito nel nome della più pura e rivoluzionaria anarchia, ma in tutto questo tempo Eve Libertine, storica cantante del gruppo, non è sicuramente stata con le mani in mano, come d’altronde c’era da aspettarsi.

Dopo un periodo dedicato al canto classico e diverse apparizioni live al fianco dei Chumbawamba, ha trovato la sua dimensione nella sperimentazione e nella poesia. Fondendo le due passioni, ecco la nuova “vita” di Eve, capace di spaziare da John Cage a Cornelius Cardew, passando per le poesie di William Blake. Nascono così eventi esclusivi in cui la Nostra recita, accompagnata da diversi musicisti jazz con i quali aveva già collaborato in precedenza assieme a Penny Rimbaud, ex batterista dei Crass.

Uno di questi spettacoli risale al 2003, al Vortex di Londra per il London Jazz Festival, e, dopo aver ritrovato le cassette di queste registrazioni, mai pubblicate né ascoltate, prende vita Sea, uscito il 25 gennaio per One Little Indian. Eve rilegge, con la solita emotività ed espressività che l’ha da sempre contraddistinta, il poema Sea di Jack Kerouac con un accompagnamento jazz che impreziosisce, e non poco, la fruibilità dell’esibizione. Tutto sembra dettato dal caso, ma non lo è: ogni singola improvvisazione e declamazione della Libertine si unisce alle dissonanze e ai cambiamenti stilistici repentini dei musicisti, in una struttura completamente free. Lo spettacolo risulta ordinato nel caos generale, coerente nelle sue incoerenze.

Con Sea, non vengono meno nemmeno le radici dell’artista, non manca l’attitudine punk che, evidentemente, non l’ha mai davvero abbandonata. La follia, il carattere e quella ricerca continua di una libertà spasmodica, e, forse, inarrivabile, si avverte alla perfezione in un lavoro che non sarà più arrabbiato con il mondo, ma che, a modo suo, dà uno spaccato importante sulla personalità di colei che l’ha partorito.

Sea non è un lavoro epocale o memorabile, inaccessibile per molti, ma ha la gran capacità di trasmettere buona parte delle emozioni e delle sensazioni che il pubblico londinese avrà provato quella giornata del 2003. E tutto sommato, va bene così.




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