L’incendiario ritorno dei Downtown Boys
C’è chi li ha etichettati hardcore punk (nel senso meno purista del termine), chi ha scomodato l’art punk, chi ha proposto una via di mezzo guardando al post-hardcore e chi addirittura ci ha visto una versione dei Pixies ancora più incazzata e con il sassofono.
A prescindere da cosa effettivamente siano, l’unico dato di fatto è che i Downtown Boys sono uno dei gruppi punk più sottovalutati degli ultimi quindici anni. Certo, influisce una produzione tutt’altro che costante, con appena tre dischi all’attivo, l’ultimo dei quali risale a quasi dieci anni fa, l’ottimo Cost of Living (2017). Ma resta comunque un crimine non considerare Full Communism (2015) nell’elenco nei dischi punk più importanti degli anni ’10, a maggior ragione con una concorrenza spesso derivativa.
Il gruppo di Providence torna con Public Luxury, in uscita il 26 giugno 2026 per Sub Pop, giunto dopo un lungo periodo in cui l’attività live è stata, come sempre, incessante e l’analisi sociopolitica non si è fermata. Da sempre attivi politicamente, contrari a qualsiasi forma di discriminazione e di sfruttamento, in questo periodo storico un disco dei Downtown Boys sembra quasi necessario; e non a caso la Public Luxury evocata nel titolo, cioè “tutto a tutti”, fa a cazzotti con il capitalismo sfrenato della nostra contemporaneità.
La rabbia, manco a dirlo, emerge sin dal primo brano, No Me Jodas, manifesto programmatico dell’album intero: la voce di Victoria Marie sta a metà fra l’urlato e il parlato, il basso è urticante, il punk si contamina con l’anima latina del gruppo (anche linguisticamente, mischiando inglese e spagnolo). Insomma, se state cercando l’ennesima cover band dei Fall avete sbagliato palazzo.
Non sono diventati un gruppo “colto” o per pochi, ma la visceralità dei suoni e degli slogan sembra ancora più contaminata, segno dell’evoluzione sonora del gruppo. Le chitarre di Yellow Sun spostano l’atmosfera su lidi indie rock, Viva La Rosa rimette subito le coordinate su un hardcore mai gratuito, mai inteso nella concezione originaria del termine, ma estremamente versatile. Anche nei pezzi più brevi e incendiari, come Enemy Without, a emergere è la capacità (che hanno in pochi) di reinventare senza esagerare, di arrivare dritti al punto senza risultare scontati. Lecito quindi imbattersi in momenti completamente inaspettati, come l’improvviso tuffo nell’industrial rock di You’re a Ghost o nella ballabilità dagli echi cumbia di Mi Concha.
Public Luxury non raggiunge i picchi di Full Communism, ma mostra una band in salute che, oltre a una proposta live incendiaria, tiene botta anche in studio. E allora bisogna ritornare al punto di partenza e chiedersi: come si fa a sottovalutare i Downtown Boys?
Classe ’99, laureato in Lettere moderne e alla magistrale di Filologia moderna alla Federico II di Napoli.
La musica e il cinema le passioni di una vita, dalla nascita interista per passione e sofferenza.
