Accanimento Terapeutico, l’album d’esordio del power duo bolognese

I Dos Cabrones, un nome che rivela un contenuto inappropriato fin dal principio, rappresentano un vero e proprio Explicit Content che incuriosisce. Ma la copertina non fa il libro ed è giusto entrare nel merito di questi due “figli di puttana”  che con ingegno mascherano in due caproni. Il duo è composto da Marco Brentazzoli (chitarra, samples/loops) e Riccardo Brusori (batteria, samples/loops) direttamente dalla scena bolognese, in grado di risvegliare dal torpore attraverso richiami ad Helmet, Melvins, Shellac, Unsane e Zu, in una cattivisima miscela da loro stessi definita Mescaline Noise Grunge.

Il disco, uscito il 2 settembre 2019 per la Deambula Records, deve essere ascoltato a volumi decisamente eccessivi: la voluttuosità noise-stoner fuoriesce con prorompenza, nonostante, e questo è notevole, ci si ritrovi dinanzi a solamente due componenti!

Quanto creato dai Dos Cabrones sembra suonato da una band a cinque, fra un sound grave distorto all’inverosimile e bacchette picchianti, mentre la narrazione è svolta egregiamente dall’indiscusso protagonismo della chitarra in modalità doom-heavy.

La tracklist è composta da sei pezzi intitolati in inglese, nonostante il duo abbia affibbiato il compito dell’intitolazione dell’ep alla lingua italiana: scelta ardita, in una sorta di alternatività linguistica-espressiva (spagnolo, italiano, inglese); della serie: siamo italiani, sì, ma con uno sguardo che va ben oltre il Bel Paese.

Accanimento Terapeutico è un Inno Ardente (Burning hymens) affidato essenzialmente ad una strumentalità ricercata ed alternativa, in un calderone di influenze che richiamano alla mente disparate esperienze del mondo dell’alternative rock più noir.

Poco spazio alle parole, se non nelle fasi finali dei pezzi in cui, con una sorta di coda conduttrice, ci si ricollega al pezzo successivo, con camei e citazioni cinematografiche.

Tanto spazio è invece dedicato allo sposalizio beat-chitarra, un binomio indissolubile e ben coeso dalle torsioni contorte degli effetti ferrosi.

Singolari le pause da intermezzo all’interno degli stessi pezzi, che rimarca un tempo di attesa: dirimente è il pezzo Cabron! che, nella sua rappresentazione grafica del sound wave, è scandito da stop e riprese ripetute all’inverosimile.

Hell of a trip è un pezzo sicuramente da impatto: tra la ricerca di stazioni radio, disturbi del segnale e scaglioni di balli anni ’20, 7 minuti di cattiveria ben presentata in vassoio.

Un power duo essenzialmente vulcanico, degno delle migliori annotazioni.

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