Pronti ad andare! con Diego ‘Deadman’ Potron

Diego DeadMan Potron, dalla lunga barba e da un timbro immediatamente riconoscibile è nato ormai quasi quattordici anni fa come One Man Band tradizionale, accompagnandosi con batteria completa al piede, chitarra elettrica, cigar box e voce.

Il suo sound si basava sul trash-blues che si è evoluto man mano verso lo stoner senza però mai dimenticare le origini: i piedi, infatti, affondano appieno nelle radici della musica afroamericana.

Dal 2006 al 2016 Potron ha collezionato poco meno di 1000 live in tutta Europa e, dopo l’album Winter Session del 2018, il 2  maggio, con Rivertale Productions ed in collaborazione con Femore Prod, sarà distribuito in forma digitale, stante l’impossibilità di stampa fisica di questi tempi, il nuovo disco Ready to go.

Ponendosi sulla medesima scia più intimista del precedente album, le dieci tracce sono una radicale rivisitazione in chiave desert di un blues tradizionale. L’incipit è mansueto, una sorta di tête-à-tête tra arpeggi e un bicchiere di whiskey, un incontro privato che man mano prende il volo con l’intervento a spada tratta del pianoforte. Strano ma vero, nonostante Diving Duck blues possa essere indicata, a primo naso, come un suo pezzo, la traccia è una cover di Taj Mahal celebre musicista blues statunitense.

Dopo questo viaggio indietro nel tempo si apre uno spiraglio sul mondo: come un cantautore su un marciapiede tra la folla, Diego suona il banjo su un sottofondo copioso di chiacchiericcio. L’impressione è quella di avere una band live in mezzo la strada, tra le persone che si fermano curiose ed una custodia aperta dinanzi ai piedi. Get out your voice lo interpreto come una proposta coraggiosa che suona tanto come “smettila di stare in silenzio ed esprimiti”.

Il cantautore, nonostante il discreto successo ottenuto negli scorsi anni, non ha perso lo smacco. Anche nel suo album è sagace, con autoironia titola una traccia dall’intreccio cigar box+chitarra (acustica ed elettrica) It’s Preferable Not To Travel With A Dead Man, giocando con l’immagine dell’uomo morto con il nickname che da sempre è associato al suo nome.

Assurda quanto inaspettata nella track list è la cover Stayin’ alive hit mondiale del 1977 dei Bee Gees che, reinterpretata da Potron si trasforma da disco-dance da ballare in piena Febbre del Sabato Sera in una ballad in minore dai toni blues cantautorali. Sebbene nessuno si aspetti una nuova lettura di quel famoso pezzo, posso ben confermare che suoni maledettamente bene.

Probabilmente è difficile trovare un disco più ispirato di questo: da ogni dove è presente un’influenza musicale che sovente approdano anche molto lontane dal background iniziale dell’artista. Potron pesca ovunque vi sia una nota per conseguire un obiettivo che agli ascoltatori appare chiaro: arricchire sempre più ed in maniera ragguardevole il bagaglio folk-blues a sua disposizione, senza limiti né confini di sorta.




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