Nuove esplorazioni per i C’mon Tigre

Il duo (più una moltitudine) C’mon Tigre riprende ora esattamente da dove ci aveva lasciato quattro anni fa con lo splendido album d’esordio omonimo. Racines è, se possibile, ancor più ampio rispetto al record precedente: la musica dei due innominabili e dei numerosissimi ospiti che costituiscono quello che sembra più un ensemble che un duo con dei semplici featuring, interseca in dosi varie ed eventuali funk e afrobeat, jazz e folk, hip hop e soul, come se più che un mero disco fosse una sorta di via della seta a 360 gradi, un nastro trasportatore di tutto ciò che caratterizza un viaggio tra le sensazioni del mondo. C’mon Tigre è un progetto in continuo movimento, ma che trova un’incredibile coerenza e coesione nello spazio di dieci tracce ispiratissime.

Guide to Poison Tasting apre il disco,in apparenza con un carattere ostile, ma in realtà vi è nascosta la dolcezza e un po’ di rimpianto jazzato celato da vari veli sonori. Il finale è un’escursione tribale in una giungla elettronica. Un vellutato discorso trova voce nei picchi di una sognante Underground Lovers, con Mick Jenkins che si muove in ambiti urban ma soft. Il brano più robusto dell’album,Behold the Man, è reso tale attraverso un drumming muscolare che non rinuncia ai dettagli. Dopo un passaggio dreamy con As Tu Été À Tahiti, il tutto si conclude con Mono No Aware 物の哀れ, altro pezzo con spunti malinconici, ritmica irregolare e dolorosa.

I C’mon Tigre compiono una prova ottima con Racines, mettendo insieme un disco elegante che non si appiattisce su una specifica tendenza attuale o genere, ma che si muove fluidamente lungo un percorso che piega il background del duo in una deformazione che include sensazioni e suggestioni lontane nelle memoria per attuarle e renderle vive.

Un disco denso, cosmopolita, avventuroso, visivo e visionario, capace di allargare gli orizzonti e proporre nuove esplorazioni. Ciò che conta è che C’mon Tigre è davvero uno degli esperimenti più stimolanti intorno alla musica etnica, popolare e folk proprio per la sua natura contaminata e sfuggente.




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