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La pillola di City and Colour

Torna a distanza di 4 anni dal suo ultimo lavoro City and Colour, il progetto solista di Dallas Green, chitarrista degli Alexisonfire.

Descritto letteralmente come “a lot of dark songs, wrapped in the most beautiful sounds we could findA pill for loneliness nasce dalla presa di coscienza del cantautore canadese sui mali della società riflessi su se stesso, lasciando modo all’ascoltatore di identificarsi comunque all’interno di ogni singola traccia. Come iniziare se non con una traccia che descrive la vita dello stesso Green.

La traccia che lancia l’album, Living in the lightning, con i suoi 70bpm che scandiscono il tempo come battiti di un cuore, è una delle tracce, se non la traccia più sentita dal cantante. Sostenuta da suoni eterei in cui si espando le note degli arpeggi sospesi, è un viaggio introspettivo alla riscoperta delle scelte che lo hanno portato sempre più lontano da casa.

Come un astronauta costretto a viaggiare nello spazio attorno alla curvatura terrestre spinto da forze a lui estranee, così in Astronaut quel senso di peregrinazione è dato dai toni lievi e dalla presenza delle frequenze quadre del fuzz della chitarra.

Molto più accentuati in Strangers, brano che parla dell’ossessione e della continua ricerca di un motivo per restare svegli per rimanere in questo presente in cui viviamo come stranieri cercando sollievo nelle medicine e nel fondo delle bottiglie.

Mountain of Madness è stata scritta di getto in tournée con gli Alexisonfire dopo che giunse la notizia dell’attacco al Bataclan di Parigi durante il live dei The Eagles of Death Metal. “Ain’t no Victor, worth paying such a cost” è la frase chiave di un pezzo “echeggiante” che sembra colare smarrimento da ogni battuta.

In Song for unrest le “pillole” non funzionano e persi in fondo ad un mare buio riusciamo a cogliere uno spiraglio di salvezza con Imagination.

Non manca ovviamente un riferimento al motore del mondo, l’amore: Difficult love è un amore malsano che brucia le tappe. L’intro più lungo dell’album, chitarra e elettronica ambient, dà il via ad una delle tracce più poetiche dell’estrema singolarità degli individui e sul conseguente isolamento di questi ultimi.

La piaga forse più distruttiva di cui si ha un quotidiano assaggio è l’odio che secondo l’autore possiamo eliminare solo ed esclusivamente comportandosi come in Young lovers. Lo stesso odio che alimenta The war years in un circolo autodistruttivo che culmina nell’estrema rassegnazione che si raggiunge in Lay me down in cui stanco di combattere, decide di stendersi oppresso dal peso pervaso dalle note lente e cariche di tristezza del pianoforte.

In conclusione si può affermare che il cantautore costruisce e descrive il mondo attraverso un vocabolario di termini figurativi che catapultano in un inferno senza via di uscita. Da vate City and Colour ci apre gli occhi verso una consapevolezza reale del male presente ma soprattutto autoprodotto e proprio perché questa presa di coscienza non è universale che Green non riesce a rialzarsi e rimane steso, paralizzato dall’incoerenza umana.




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