Un sequestro lungo 10.000 anni: storture e allucinazioni nel presente e nel futuro.

Mancava dal 2021 Blak Saagan, con quel Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo, concept ispirato al rapimento Moro, che fin da subito è apparso come una boccata d’aria nel panorama elettronico italiano, facendo dialogare minimal synth, library music e ritmiche di memoria krautrock.

Il sequel parte ancora da un sequestro, ma stavolta allargato al campo dell’universale, passando da un evento storico alla storia che verrà. Un sequestro lungo 10.000 anni, in uscita l’8 maggio 2026 per Maple Death Records, è un’opera fluviale (108 minuti complessivi per tredici brani) in cui ad essere scandagliata è l’umanità intera, in tutte le sue storture politiche, sociali, economiche, a tratti esistenziali.

Si allargano i temi e inevitabilmente si allarga la proposta musicale. Quel minimalismo, che tanto giocava sulla sottrazione, del disco precedente permane nelle pieghe dell’album, ma la tavolozza di suoni del musicista veneto aumenta le sue influenze a dismisura. Una scelta straniante, a primo impatto, ma assolutamente logica: se nel caso del rapimento Moro il tema trattato, per quanto fondamentale nella storia italiana e non solo, era circoscritto all’unicità di quell’evento, stavolta per mettere in scena la complessità del mondo intero sono necessarie più soluzioni, allontanandosi, paradossalmente, da quella compattezza che tanto era stata celebrata in Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo.

E allora bastano i primi due pezzi per rendersi conto di quanto appena scritto: se The Black Fire (Sogno I), in apertura, è apocalisse synthetica di memoria progressive electronic, Benzocrazia sembra ritornare ai suoni più cadenzati e minimali del disco precedente, ma solo per espanderli a dismisura in un tripudio ritmico che arriva a sfiorare la meccanicità di certa coldwave.

Ma non c’è tempo per abituarsi, non c’è modo per arginare la frenesia che appartiene al mondo contemporaneo (e futuro): nel brano successivo siamo già trasportati sulla pista da ballo con gli echi nu-disco di Le Basi H si alzano in volo, ma anche stavolta guai ad adagiarci nel club perché tempo pochi minuti e Mila nel bosco ci caccia fuori per condurci in un’oscura setta rituale di cui siamo testimoni inconsapevoli, fra sonorità misteriche e pulsioni space.

Julinko presta la voce nell’allucinazione dream-electro-metal Il giorno di Zaha’kol (Sogno II), la prima di una serie di collaborazioni volte ad introdurre l’elemento cantato, che emerge anche nel synth-punk di FRREPa con Liz Van Der Nüll e nell’inquietudine, tanto ballabile quanto lisergica, di Idoli rotti fatti di paura e oro con James Jonathan Clancy.

Un sequestro lungo 10.000 anni mostra un’altra faccia di Blak Saagan, capace allo stesso tempo di non snaturarsi e non ripetersi. Samuele Gottardello (vero nome del musicista) conferma di essere nome di punta del panorama elettronico italiano, mettendo a segno un altro disco complesso e stratificato, forse meno coeso del precedente ma estremamente convincente.



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