SIGN: il disco ambient degli Autechre

Gli ultimi anni hanno visto gli Autechre alle prese con progetti monumentali e ambiziosi, un’ennesima conferma dell’ancor più accentuata piega sperimentale che ha assunto il duo inglese con il passare degli anni.

Quattro anni fa l’IDM di elseq 1-5 racchiudeva oltre quattro ore di musica divise in cinque capitoli, mentre nel 2018 le quattro NTS Sessions mostravano una proposta eclettica a metà fra IDM e musica sperimentale, passando per glitch, drone ed industrial.

Oggi, SIGN, in uscita il 16 ottobre 2020 per Warp, è un ritorno non solo alla compattezza dell’album unico, ma è anche una reminiscenza di sonorità prettamente ambient che gli Autechre non toccavano da un po’, fatta eccezione per qualche episodio delle NTS Sessions, come il quarto capitolo. Lo stesso Exai  (2013), ultimo album “organico” del duo, era sintonizzato su frequenze completamente diverse.

Un lavoro che sin dal primo ascolto appare se non nuovo quanto meno sui generis per essere della ditta Booth/Brown, ma che, ancora una volta, non rimane statico durante la sua intera durata.

Non siano d’inganno la liquidità sonora di si00, la maestosità elettronica di esc desc o le trame ambient di Metaz form8, perché l’intero album è in continuo divenire ed è in grado di esplorare i confini più limitrofi della produzione degli Autechre, come testimonia l’electro-prog di gr4 o l’ambient techno di psin AM.

L’intera natura di SIGN sta proprio nel paradosso di una coesione di base fortemente stratificata e variegata, che permette di passare da un’apripista eclettica come M4 Lema, un climax discendente che si attenua con il passare dei minuti, fino alla conclusione r cazt, coerentemente costante nella sua solennità dal gusto cosmico ed etereo.

SIGN non è un lavoro che si può collocare fra i migliori del duo di Rochdale, ma ciò è anche merito degli standard perennemente alti mantenuti nel corso di questi decenni: tantissimi artisti farebbero sicuramente carte false per partorire diverse composizioni dell’album.

E sono proprio i momenti a spiccare e rimanere, al netto di una qualità complessiva non sempre costante. Ogni traccia è un codice, ed ognuno di essi entra geneticamente nella pelle dell’ascoltatore, catturato ancora una volta dal mondo Autechre.




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