Soundtracks: Equal Sessions, l’ultimo lavoro Apparat, che conclude la sua Soundtrack Series

Si tratta di fare un tuffo da un’altezza spropositata, una di quelle che a guardar giù le gambe non smettono di tremare. Si tratta di chiudere gli occhi, di lasciarsi andare, lasciare che la mente vaghi un po’, svanisca nei ricordi e si lasci trasportare lontano, dalla musica. Si tratta di avere il coraggio di saltare e di immergersi totalmente in un’esperienza unica, ma principalmente sconvolgente.

Queste sono le sensazioni che si provano nell’approcciarsi a Soundtracks: Equal Sessions, l’ultimo lavoro di Apparat, che conclude la sua Soundtrack Series, uscito il dieci luglio.

Questo lavoro è probabilmente la più grande produzione della serie che include anche una OST di Ring and Nack, co-producer e co-writer del disco. Soundtracks: Equal Sessions si basa sulle registrazioni originali ma nuovamente arrangiate, nuovamente registrate e mixate di Apparat e del suo collaboratore Philipp Thimm, ideate tra maggio e giugno 2020. Un lavoro magistrale che racchiude, come in un riassunto, tutto l’ideale musicale di Apparat cercando comunque di dare un senso di novità, di stupore, che rende l’ascolto un’esperienza indimenticabile.

È facile parlare bene di Sascha Ring, è facile essere influenzati dal suo curriculum, dalla sua esperienza nei Moderat, dal suo storico come Apparat. Con una curiosità instancabile Apparat esplora le molteplici possibilità che nascono dalla combinazioni di suoni programmati, digitali, e di strumenti analogici creando musica non solo per live o da ascolto ma anche per film e opere teatrali. Solo questo basterebbe a dire tutto dell’artista in questione.

Ma nonostante ciò, anche se non lo si conoscesse e ci si trovasse di fronte a Ring e al suo ultimo lavoro, Soundtracks: Equal Sessions per la prima volta, come primo approccio al suo genere di musica, sarebbe impossibile restare impassibili.

Il prodotto musicale di Apparat è una continua ricerca del sublime, una continua attenzione ai dettagli, all’inserimento di piccoli riff musicali che tendono alla creazione di momenti indimenticabili. Il suo modus operandi risulta particolarmente complesso ma allo stesso tempo lineare. Ogni traccia di apre con una base di synth e lunghi tappeti di arie sulla quale lascia liberi di viaggiare ed esprimersi pattern elettronici, improvvisazioni di batteria elettronica, strumenti a fiati, senza dimenticare l’inserimento, di tanto in tanto, di delicate voci d’arpa, piano classico e chitarra.

Questa miscellanea crea un sound che si allontana dal classico post-rock e dall’ambient puro, garantendo un ascolto imprevedibile, destabilizzante.

Soundtracks: Equal Sessions ne è la prova vivente. Nello stesso disco convivono brani come Glass e Sad Mug, lenti ad aprirsi, decisamente più melodici e Knowing ed Escape From Den, più movimentati, irrequieti, a tratti cupi. Il disco nella sua totalità, in questo modo, guadagna godibilità, si esprime nella sua interezza soltanto grazie ad un ascolto randomico, con le tracce in ordine sparso, per far sì che il piacere della sorpresa arrivi in modo istintivo, senza preparazione.

In questo lavoro c’è tanto di Apparat, c’è tanto del suo passato, di ciò a cui siamo già preparati, ma non per questo il disco è da svalutarsi, anzi, proprio in Soundtracks: Equal Sessions l’abilità del compositore è portata all’estremo, garantendo un’esperienza di immersione sonora eccezionale dall’inizio fino alla traccia finale, The Past, dove cori in vocoder accompagnano il brano per tutta la sua interezza.

Ed è lì, su quest’ultimo brano che si compie il salto definitivo. Smette di girare il disco, e un’altra volta si preme play. Ancora.




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