Alessandro Martinelli: tra passato, presente e futuro

Alessandro Martinelli si fa conoscere nel mondo della musica in qualità di produttore e dj con il moniker di Alex Mine. Diventa così uno i nomi più rispettati del panorama techno in tutto il mondo. In seguito ad un grave incidente stradale, Alessandro si trova costretto ad una lunga riabilitazione, un periodo che non ha fatto altro che consolidare la sua devozione verso il pianoforte.  Lo stesso strumento è stato di aiuto per superare il recente periodo di lockdown che l’ha portato così all’esordio come Alessandro Martinelli con Past and Present.

Nel passato di Alessandro c’è la techno, nel presente il pianoforte. Qual è il filo conduttore che collega le tue due anime e soprattutto quando Alex Mine è diventato Alessandro Martinelli.

Non definire la techno il passato e il pianoforte il mio presente. Tutto vive costantemente dentro di me. La techno è per me libertà, aggregazione, divertimento, condivisione, gioia. Il pianoforte invece è la parte più introspettiva di me, lo strumento che più mi consente di andare a scavare dentro le emozioni, sensazioni più profonde. Per questo mi è facile coniugare i due mondi. Perché nonostante possano sembrare così distanti, fanno parte di me allo stesso modo. Non c’è un momento in cui sono “diventato”, ho semplicemente usato lo strumento che più mi emozionava per buttare fuori delle cose che avevo dentro. Ed ho scelto di farlo con il pianoforte.

Past and Present è un album pervaso da nostalgia, tristezza e solitudine. La realizzazione del disco è stato il mezzo per superare questo periodo difficile o la sua naturale conseguenza?

Assolutamente un modo per superare. Il lockdown è stato una bella botta. Ho avuto la fortuna di trasformare la mia passione in lavoro, e negli ultimi 5 anni mediamente suonavo almeno due, tre volte al mese in giro per il mondo. Ti senti vivo. Conosci costantemente nuove persone, nuove culture, nuovi ambienti. Viaggiare ti apre la testa, se in più lo fai perché il tuo lavoro te lo consente, sei in uno stato di grazia. Quando tutto questo è venuto a mancare mi è crollato il mondo addosso. I miei viaggi in aereo erano diventati i 6 passi che facevo tra camera da letto e sala, le mie cene con amici e promoter erano diventati un piatto di pasta in solitudine davanti a YouTube e i momenti dietro la consolle erano diventate le ore passate al piano in casa. Un senso di vuoto ti pervade. Solo il piano è riuscito ad aiutarmi a superare questo brutto ed incerto momento.

Past and Present è un lavoro personale, introspettivo e sincero, un diario intimo con il quale ti sei messo a nudo. DROPS – Identity a mio avviso rappresenta il fulcro dell’album, quello che evidenzia chi sei. È così?

Sicuramente è una delle tracce a cui sono più legato, è anche una delle più lunghe, perché è fondamentalmente divisa in 3 parti. Tre “momenti” del percorso di quel brano. L’ho scritta di getto, senza pensare. Ha tempi vari, un po in ¾, un po in 4/4, me ne sono fregato. Il brano ha deciso che fosse così, chi se ne frega delle regole.

FAR AWAY MEMORIES – Fear si discosta dalle altre per l’influenza new age, puoi parlarci di come è nata e come l’hai realizzata?

Non so definire quella traccia, ma, insieme a Void, sono le due tracce “diverse” dell’album. Possiamo dire le due elettroniche rispetto alle altre. Spesso per sviluppare idee parto da texture fatte con sintetizzatori, ma che poi rimangono in background e ci suono sopra con il pianoforte. In queste due invece, ho sentito che i sintetizzatori volevano essere protagonisti, e così ho lasciato che recitassero in solo.

Secondo te cosa deve avere un compositore di modern classical per distinguersi in questo panorama così vasto?

Bella domanda. Penso che stia tutto nel toccare delle corde che gli altri non riescono a toccare. La mia musica, come la musica di molti altri “colleghi”, è davvero molto semplice da eseguire. Ma meno facile da creare. In più parliamoci chiaro, le note son quelle. Penso sia tutta una questione di “tatto”. Saper toccare i giusti tasti e creare armonie uniche, portando il brano ad un’intensità emozionale che gli altri non riescono a raggiungere.

Dal club al palcoscenico, ci sono differenze secondo te tra questi scenari e il pubblico che li frequenta? Qual è il luogo che preferisci per esibirti?

Beh sì, è un pubblico totalmente diverso. Con la differenza che alla fan base di Alex Mine ho potuto offrire il mio progetto al piano. Mentre sono fortemente convinto che al contrario non sarebbe possibile, soprattutto se pensiamo ad un pubblico strettamente legato al panorama “classico”. Troppa diffidenza e altezzosità.

Nel tuo passato ci sono il punk, il metal e la techno, nel presente la musica classica contemporanea. Quali sono gli artisti di riferimento che ti hanno accompagnato e influenzato durante il tuo percorso artistico.

Non penso che esista ragazzo nato tra la fine degli 80 e l’inizio dei 90, che suonasse in una band e non volesse far parte del Blink! Quando invece ho raffinato il gusto, suonavo con una band new-metal (Korn, Limp Bizkit) e con l’altra facevamo cover dei Red Hot Chili Peppers, e sognavo di essere Chad Smith! Poi sono arrivate le prime feste scolastiche d’istituto, ho visto i dj e mi sono innamorato di come avesse in mano l’andamento dell’intera serata. Da li ho totalmente cambiato rotta, appassionandomi prima come clubber e poi come addetto ai lavori, nella scena underground prendendo come riferimento Carl Cox, RIchie Hawtin e Dubfire.

Quali sono, invece, quelli che apprezzi particolarmente oggi, anche al di fuori del tuo ambito con i quali ti piacerebbe collaborare

Mi piacerebbe un sacco scrivere una parte di piano per un brano di Cesare Cremonini, adoro la sua scrittura, e sarebbe super eccitante collaborare con i Sigur Ros, lo so, sono un sognatore, lo dice sempre anche mia madre.

Pensi  che in futuro la techno e il piano (vedi ad esempio Fabrizio Rat) possano convivere in un nuovo progetto?

Vorrei lavorare ad un live alla Nils Frahm, synth e macchine da un lato, e pianoforte dall’altra. Proprio come nel mio album, mi piacerebbe partire da un “tappeto” creato con i synths, girarmi e suonarci sopra con il pianoforte.

Leggi la recensione dell’album “Past and PresentQUI



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