Ferrum Sidereum: gli Zunella forgia divina

Non hanno bisogno di presentazioni gli Zu, da decenni orgoglio italiano nel panorama d’avanguardia sonora a livello internazionale. Sperimentatori indissolubili e incontrovertibili, ogni nuova uscita rappresenta un’indagine verso lidi ancora inesplorati o mai completamente battuti.

A questo proposito, senza scomodare capolavori come Igneo (2002) o Carboniferous (2009), è decisamente più interessante dare uno sguardo ai lavori più recenti del gruppo; tralasciando The Lost Demo (2024), materiale d’archivio dei loro esordi, è la trilogia a cavallo fra il 2017 e il 2019, uscita per House of Mythology, da cui bisogna necessariamente partire per approcciare il nuovo Ferrum Sidereum, fuori il 9 gennaio 2026 proprio per l’etichetta inglese.

In quell’occasione la ricerca sonora degli Zu divideva in tre atti le spinte che da sempre avevano più o meno permeato la loro proposta: Jhator (2017), il più imprevedibile della mini serie, spaziava da costruzioni post-rock a riflessioni ambient, passando per droni, rock sperimentale ed elettronica distorta; Mirror Emperor (2018), con David Tibet, sfondava le pareti del neofolk inteso nel suo lato più psichedelico; Terminalia Amazonia (2019) riportava il discorso su un piano più concettuale, permeato di elettroacustica e strizzate d’occhio alla scuola berlinese.

Stavolta il trio (a Massimo Pupillo e Luca T. Mai si è aggiunto Paolo Mongardi alla batteria) ha deciso di condensare tutto in un unico album di 80 minuti, un unico viaggio in cui esprimere tutte le influenze citate seppur in modo più “nascosto”. Perché Ferrum Sidereum è, a tutti gli effetti, un disco decisamente più possente, in cui ad emergere è una sorta di avant-garde metal mischiato al brutal prog e ad incursioni jazz.

Sotto quest’aspetto, Charagma e Golgotha, non fanno sconti e non lasciano spazio a dubbi: ritmica forsennata, il sax di Luca T. Mai a creare toni imprevedibili e dissonanti, il basso a martellare evocando quel ferro sacro che nel titolo del disco è simbolo di creazione umana e divina. Per ritrovare alcuni di quegli elementi prima citati, bisogna scavare nelle pieghe, andando oltre la coltre furiosa che permea gli undici brani del disco: le costruzioni post-rock di Kheter, ad esempio, ma anche le mille facce di La donna vestita di sole, che in quasi dieci minuti cambia costantemente forme e suoni.

La seconda parte del disco gioca ancora di più con gli sbalzi d’umore, accentuando talvolta climax pronti a esplodere dopo una lunga gestazione (Fuoco Saturnio parte addirittura con degli arpeggi), mentre in altri casi la deflagrazione arriva indissolubilmente, come nel caso della title-track, piazzata in chiusura e “aperta” dal tappeto di droni della breve Perseidi: la quiete prima della tempesta.

Ferrum Sidereum è un disco complesso, com’è normale aspettarsi dagli Zu, che renderà probabilmente ancora di più nel tour che a breve lo presenterà in giro per l’Italia e l’Europa. La mole di spunti è anche stavolta sterminata, la capacità tecnica del trio Pupillo/Mai/Mongardi fuori da ogni discussione e la furia dei loro strumenti mai gratuita ma sempre controllata. Bentornati.



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