Yellow Walls, un disco da ascoltare a basso volume

Yellow Walls, pubblicato il 18 gennaio per Kick The Flame, è il quarto disco dei Wooden Peak, un altro tassello nella loro decennale ricerca musicale.

Un duo che considera la sperimentazione sonora come ragione artistica, senza sacrificare per questo la fruibilità. Ragion per cui hanno aperto i Tortoise a Lipsia nel 2016.

I Wooden Peak sono formati da Jonas Wolter, chitarra, organo a pedali e voce, e Sebastian Bode, batterie e synth. Sono quindi un duo, anche se nel corso della loro carriera hanno avuto diverse formazioni, alla costante ricerca di un equilibrio.

Ritornano oggi ad una formazione essenziale che permette a ciascuno dei due di esprimere al meglio il proprio bagaglio di esperienze ed influenze.

Jonas, con le sue chitarre ed il suo stile compositivo, dà forma all’anima folk del duo, mentre Sebastian con batteria, synth e drum machine allarga enormemente lo spettro di sonorità da poter usare per incorniciare e cesellare i brani.

La struttura  è anch’essa essenziale per enfatizzare ogni suono che la compone, per poterlo apprezzare e contestualizzare.

L’ordine dei brani è ben congegnato, inizialmente ci sono i brani migliori e più rappresentativi. Nel corpo del disco si trovano brani caratterizzati da un’influenza piuttosto che un’altra, alternando atmosfere, ritmi e sonorità per non appesantire troppo l’ascolto.

I primi due brani sono tra i più pregevoli. Il gioco di ritmi ed accenti produce una trama sempre intrigante. L’apertura del primo brano Point è affascinante per delicatezza e rotondità dei suoni dei synth, mentre sul finale il suono aperto risulta un po’ meno efficace.

Il secondo brano Lamp è un loop in 7/4 ed il suono del synth è forse il particolare meno interessante. La chitarra dà invece il meglio di sé, con linee perfettamente calate nel ritmo dispari, un bel suono morbido in apertura, sporco e tagliente sul finale.

I synth  in apertura e durante la prima strofa del terzo pezzo, Wednesday, ci convincono definitivamente della bontà della ricerca sonora del duo. Swarm e Fanfare risultano invece un po’ anonimi, gli intrecci e la qualità dei suoni è sempre buona ma risultano nel complesso meno efficaci.

Stitch riaccende l’attenzione con un tempo dal sapore hip hop ed alcuni suoni della drum machine che creano un groove incisivo. Interessante notare che il tempo di questo pezzo è un quadratissimo 4/4. Thin Ice e Wires sembrano avere un sapore  post, ambienti larghi, accenti spostati di continuo, chitarre quasi predominanti e gradevoli intrecci delle due voci.

The Gap ritorna su una struttura più canonica dalle fattezze pop mentre l’ultimo pezzo, Zeep, una traccia bonus strumentale molto interessante. È infatti possibile apprezzare da vicino il duro lavoro di rifinitura dei suoni, il gusto estetico, la pazienza e la sensibilità dei due. In particolare le doti di Sebastian hanno la possibilità di risaltare con un po’ di spazio in più.

La sperimentazione non viene mai messa in secondo piano ma anzi è esaltata dal notevole sforzo di produrre sempre sonorità intellegibili ed apprezzabili da chiunque. Considerazioni che indicano una maturità tecnica ed una forte identità che aggiungono valore al lavoro.
Yellow wall è un disco da ascoltare a basso volume, come la musica classica, per apprezzarne la dinamica e la grande varietà di suoni utilizzati.




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