Laudato sie, mi Vinicio

Vinicio Capossela torna a raccontare il presente e la sua pericolosa e inarrestabile vertigine. L’analisi del cantautore di mille favole, prende vita attraverso un calderole di ballate, forma espressiva che dà il titolo al suo undicesimo lavoro in studio: Ballate per Uomini e Bestie è un’arma di poesia, filosofia e denunzia, come racconta lo stesso Capossela, durante il battesimo del disco presso il Lazzaretto di Milano.

Il luogo prescelto per i primi passi dell’album, uscito il 17 maggio 2019 per la Warner Music Italy, non è un caso. Infatti, è proprio dal concetto di nuova pestilenza del nostro tempo che parte la riflessione di questo contemporaneo Cantico delle Creature che, con parametri e riferimenti completamente sconosciuti al tempo del santo di Assisi, si rivolge agli esseri viventi per tentare un ravvicinamento al sacro e alle bestie.

La scelta della ballata, quale forma espressiva rispondente questo intento, si manifesta spontaneamente, grazie alla natura riflessiva, lenta, profonda del componimento dei trovatori. Per affrontare quello che Capossela definisce il nuovo medievo che la società occidentale sta attraversando, è vitale ritrovare fiducia nella cultura, nel sapere e nel senso del sacro. Un disco semi-pagano che consente, con l’aiuto di presenze, fantasmi, animali fantastici e magiche apparizioni, l’abbandono alla natura e alla sua tremenda passione, alla religione e al suo primitivo senso di enigma.

Il Caronte traghettatore di ascoltatori del disco è Uro, un cavallo, bisonte estinto, un suono primordiale, in cui già si impone una delle collaborazioni più interessanti del disco, quella con Teho Teardo. A passo lento e deciso, la prima bestia, protagonista di ballata, diventa metafora di ciò che si ferma nella pietra e, nonostante la vita logorante, sopravvive degno di reale sacralità.

Il secondo immenso protagonista è Il povero Cristo che, nel tracollo delle nuove religioni, scende dalla croce e attraversa Riace, borgo calabrese protagonista delle attuali guerre contro il prossimo. Si tratta, infatti, del singolo che ha anticipato il disco, attraverso un vero e proprio piccolo film girato da Daniele Ciprì con la partecipazione straordinaria del Cristo de Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, Enrique Irazoqui.

Tutta la capacità di conduttore dell’odio della nuova rete è espressa ne La Peste, ballata un po’ elettronica che, con un potentissimo gioco di parole, fa emergere quanto la rivoluzione digitale sia, proprio come la peste raccontata da Boccaccio, un acceleratore di una crisi già in atto. I monatti del XXI secolo ballano voracemente sul ritmo di un let’s tweet again, non divertente, distruttivo ed incurabile. Ancora, Danza Macabra, gotica e grottesca, dove romantici e persistenti risuonano gli archi di Raffaele Tiseo; la storia punk-medievale della festa di inizio anno, dedicata al patrono degli animali e delle Nuove Tentazioni di Sant’Antonio (Abbate) che l’uomo subisce, è magistralmente arrangiata da Massimo Zamboni e altri musicisti.

Nella rivisitazione della Perfetta Delizia di Francesco d’Assisi, Capossela racchiude la vera rivoluzione nella società capitalistica odierna, sprigionata nella nostra capacità di sopportare le pene con delizia. Daniele Sepe guida I Musicanti di Brema verso la fine di queste ballate, che con La Lumaca e il suo lento incedere chiude il sipario e che, serena e presente, lascia una scia di speranza.

Queste ballate senza tempo sono un inno alla consapevolezza, alla conoscenza, alla riflessione e al tempo giusto dei pensieri. Vinicio Capossela, cantastorie di vite passate, marinaio di futura speranza, grande osservatore della realtà ed estenuante baluardo di verità e senso critico, dipinge così il suo ultimo grande affresco di umanità.