Quocumque jeceris stabit: la resistenza degli Uzeda

Quocumque jeceris stabit. “Ovunque lo getti, rimane in piedi”. La chiave di lettura del nuovo album degli Uzeda, in uscita il 12 luglio per Overdrive / Temporary Residence, è evidente sin dal titolo, il motto dell’Isola di Man, che come simbolo ha un triscele molto simile alla trinacria siciliana, terra di provenienza dei Nostri.

Un’eccellenza italiana, capace di attirare sin dagli esordi Steve Albini, e di ottenere consensi nella scena noise rock internazionale, al pari di gruppi come June of 44 e Shellac, ma che mancava da ben 13 anni, quando nel 2006 uscì il quarto album Stella. Da allora in Italia, e non solo, la musica è completamente mutata e nell’epoca in cui le chitarre si mettono da parte per fare spazio ai synth e in cui il noise rock più puro viene accantonato per l’indie pop, gli Uzeda ci fanno capire che ci sono ancora. Che ovunque vengano gettati, rimangono in piedi.

La loro storia, dunque, parla da sé, così come la loro musica, che sin dal primo brano, Soap, appare immacolata nella sua durezza: sezione ritmica pesantissima, chitarre stridenti e la voce di Giovanna Cacciola che si erge creando ancora più scompiglio degli strumenti. Ma non è tutto qui. Perché già la seguente Deep Blue Sea presenta una struttura differente, con dei passaggi più rilassati che ricordano i momenti più riflessivi degli Slint per poi esplodere nella furia senza pietà dei Rapeman o di una qualsiasi creatura di Steve Albini.

Un giro di basso a dir poco spigoloso apre e fa da padrone in Speaker’s Corner, mentre la successiva Mistakes è un crescendo di rabbia, per poi ritrovare la calma solo nel finale. Nothing but the Stars è tra gli episodi più riusciti dell’album, dove il basso di Raffaele Gulisano fa da base per i fendenti improvvisi della chitarra di Agostino Tilotta: il risultato è un dialogo a due degno di nota.

Complessivamente, non delude il ritorno giustamente tanto atteso degli Uzeda, che confermano essere a distanza di anni una boccata d’aria nella scena musicale italiana. Nonostante qualche incertezza, soprattutto nella parte finale dell’album, Quocumque jeceris stabit è un buon lavoro, degno della discografia precedente del gruppo.

Resta solo da capire se dovranno passare altri tredici anni per avere il prossimo capitolo, ma intanto possiamo accontentarci.