Urali valica i confini della sua musica

Urali è il progetto musicale di Ivan Tonelli, chitarrista e ingegnere del suono riminese, gia membro delle band Shelley Johnson Broke My Heart e Cosmetic. Ghostology, pubblicato l’11 gennaio 2019 per To Lose La Track / Malestro / General Soreness / Fatty Liver Records, è il suo terzo album concepito come una raccolta di racconti brevi,si rifà all’immaginario distopico post-apocalittico degli anime e manga anni ’80, alla fantascienza di Alex Garland, ai mostri di H.P. Lovecraftc.

Perché “Urali”?

Quando sono entrato in studio nel 2013 per registrare il primo album, non avevo ancora deciso come avrei chiamato il progetto. Avevo in mente qualcosa legato alle montagne e ai confini che demarcano e che volevo metaforicamente valicare, nella musica e anche a livello personale. Poi il mio amico Steve –colui che ha poi registrato e mixato Ghostology– se ne uscì con “chiamati Urali”. A onor di cronaca mi ha anche suggerito il nome del secondo album Persona. Se mai avrò figli gli chiederò un consulto sul nome a questo punto.

Come nasce la tua musica?

E’ molto difficile definire il processo creativo dietro a una canzone.

Posso dire che sono sempre partito dal mio vissuto e da storie che ho passato e ho percepito subito come “musicabili”; da questo parte il primo impatto col brano, con gli accordi, il testo e le melodie che vengono alla luce da sole, a volte anche in maniera inaspettata e che sono figlie dirette delle sensazioni che ho provato in quel determinato momento.

Il lavoro successivo e anche il più difficile è quello di dare coerenza interna al brano, ponderare la struttura, i suoni e gli arrangiamenti. Questa fase può durare anche mesi, non finisco una canzone in un pomeriggio da anni ormai.

Per quanto riguarda la composizione dell’ultimo album il processo è stato un po’ atipico e nuovo per me. Il primo e il secondo disco li avevo essenzialmente scritti da solo in cameretta e più celermente; per Ghostology i brani sono nati nel corso di due anni e li ho scritti con Dimitri alla batteria e un secondo momento con Andrea De Franco al pianoforte ed ogni passaggio è stato pensato e ripensato più volte. Altra cosa nuova per me è stato registrare i brani appena pronti e dividendo le registrazioni in tre sessioni a distanza di mesi l’una dall’altra per poi inserirli nella tracklist nell’ordine in cui sono stati registrati.

A cosa ti sei ispirato per il tuo terzo disco, Ghostology?

Mi piace pensare di essere stato più stimolato che ispirato. Potrei farti l’elenco delle band che ho ascoltato o dei film e dei libri che mi hanno appassionato in questi anni ma non saprei dire in che misura e come mi hanno spinto a scrivere. Di sicuro un certo immaginario distopico stile anime anni ’80 si avvicina, almeno a livello estetico, a quello che ho cercato con questo disco. Credo però ancora nel “momento magico” della composizione, cioè quell’attimo in cui ti esce qualcosa dalla bocca o dalle mani senza nessun preavviso. Se da un lato il disco è stato pensato in tutti i suoi dettagli, lo scheletro dei brani, alcune melodie e anche alcune parole sono sgorgate da non so quale fonte. Sono sicuro che dopo aver immagazzinato un grande numero di informazioni, suoni e immagini e se si è persone inclini a qualsivoglia atto creativo il corpo e la mente siano costretti a restituire qualcosa al mondo.

Cosa c’è di diverso dagli altri tuoi album (Persona, 2016 – Urali, 2014) a livello di sonorità? Come riesci a trovare la giusta alchimia tra suoni un po’ più “pesanti” ma che risultino comunque delicatissimi?

La prima e più lampante differenza è di sicuro la presenza di nuovi strumenti e questa è stata una scelta fortemente pensata e voluta. Ho avuto la fortuna di conoscere Dimitri, Andrea ed Enrico ai quali ho dovuto dare davvero poche indicazioni su quale fosse la strada che volevo intraprendere e che rispettivamente alla batteria e al piano hanno partecipato attivamente alla stesura dei brani. Nei dischi precedenti cercavo di riempire tutte le frequenze possibili con due soli strumenti: la chitarra e la voce. Questa volta volevo cercare altre soluzioni più complesse della bordata di distorsione in faccia o della melodia accattivante. Volevamo che gli strumenti si cercassero e che dialogassero tra loro, a volte anche in maniera litigiosa; forse è per questo che all’interno della stessa canzone si passa da parti distortissime e violente a suoni minuscoli e dal tono più gentile. Forse cercare un equilibrio sarebbe stato controproducente e avrebbe appiattito il disco su qualcosa che non ci appartiene.

La narrazione avviene attraverso i singoli brani che diventano veri e propri racconti in musica: parlaci un po’ delle tracce di Ghostology.

Ogni brano è stato pensato per raccontare un pezzetto di una storia. La trama segue circa le vicende di un’intelligenza artificiale che lotta per la sua indipendenza. Ci sono però tantissime altre tematiche e argomenti che ho cercato di toccare nei testi e che sì partono dalla storia di cui sopra, ma che possono essere sentite da chiunque in contesti più intimi e personali. Credo sia fondamentale lasciare sempre una zona grigia, non solo per l’ascoltatore ma anche per chi scrive. E’ interessante usare parole che possono voler dire più cose e capire solo continuando a cantarle quello che veramente volevo dire e come si lega col resto dei brani. Ovviamente questo non è un postulato è solo quello che mi piace fare e che credo si adatti bene al mio (ormai nostro) modo di scrivere.

Hai fatto parte dei Cosmetic e collabori con i Girless&TheOrphan ma come Urali sei solista. Quali sono le differenze tra suonare in solo o in gruppo? E le cose che preferisci fare nel primo o nel secondo caso?

Ghostology lo stiamo portando live io, Arianna al piano, alla chitarra classica e al basso e Dimitri alla batteria. Sono molto contento di suonare assieme a loro perché oltre ad essere due musicisti incredibili sono anche due grandi amici ed è decisamente meglio godere della loro compagnia e bravura piuttosto che vagare da solo per le autostrade italiane.

Che rapporto hai con il pubblico? Come ti prepari ad un live?

Finora siamo davvero contenti dell’empatia che si è stabilita tra noi e chi ci ha ascoltato. Non avendo scritto delle canzoni catchy o ballabili o sulle quali fare del singalong l’unica maniera per “arrivare” è riportare live tutte le sfumature degli arrangiamenti senza semplificare i brani. Abbiamo fatto una marea di ore in sala prove per rendere tutto al meglio. Le date che abbiamo fatto per ora sono state tutte speciali e vogliamo andare avanti così.

Leggi la recensione dell’album Ghostology QUI.