L’invettiva sociale post-punk degli Ulysse

Non ci siamo accorti di noi, persi lungo le distanze; binari morti di parole vuote, infrante poi sul fine corsa”. Sono parole che pesano come macigni quelle che Mauro Spada pronuncia in Vetro, la splendida traccia di apertura dell’esordio discografico degli Ulysse, collettivo pescarese che raggruppa diversi musicisti della scena alternative abruzzese come Raffaello Zappalorto (ex bassista dei Santo Niente), Francesco Politi (chitarrista dei buenRetiro), Silvio Spina (chitarrista dei Zippo), Gino Russo (batteria e percussioni, ex Santo Niente, Fiftyniners e altri), Fabio Fly (batteria, percussioni e pad, Madame Lingerie e Reverse Hole), Andrea di Giambattista e Sergio Pomante.

Attraverso un linguaggio musicale rigorosamente post-punk che lascia spazio solo di rado al fragore del post-rock, il collettivo Ulysse, nelle otto tracce del disco omonimo, affronta i temi dell’incomunicabilità, dell’assenza e della solitudine riuscendo egregiamente nel non facile compito di far aderire i testi alle musiche.

Se Vetro è una acuta riflessione sulla scelta tanto rivoluzionaria quanto coraggiosa di fare autocritica e guardarsi dentro L’ascesa dei dementi, invece, suona come rabbiosa invettiva contro l’ingiustizia sociale e contro l’accettazione del fatto “che i ricchi ridono e che i poveri piangono, che i demoni incendiano e che gli angeli affondano”.

La parentesi post-rock del disco è aperta da HWHAP, brano strumentale incagliato su un ossessivo riff di basso dal quale si vien fuori ciclicamente, in un’altalena di stati d’animo.

La successiva Patroclo, composizione anch’essa strumentale, rende evidente il costante richiamo alla mitologia Greca e inasprisce le sonorità mentre Nel torbido scorrere, vera chicca del disco, è una amara constatazione, di come tutto cambi e nulla sia destinato a restare così com’è. Qui, l’elettronica finisce per essere affogata in una nebulosa dark-rock in una operazione assimilabile a quella compiuta dai Subsonica in Eclissi.

Fino al sangue è un pezzo con un’attitudine quasi noise-rock , un pò Afterhours un pò Marlene Kuntz mentre L’alba di Sapporo chiude il trittico delle composizioni strumentali del disco.

L’ultimo brano di Ulysse è Sontuosa Solitudine, dove la voce di Spada si fa solenne e la prosa aulica tanto che il paragone con Giovanni Lindo Ferretti e i CSI appare inevitabile.




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