Folklore, composto da Ståle Storløkken ed Helge Sten ed eseguito da Trondheim Voices, un bizzarro esperimento o un’immersione nei primordi dell’universo?

Composto da Ståle Storløkken ed Helge Sten, Folklore è il nuovo disco di Trondheim Voices, il celebre gruppo vocale di improvvisazione. Uscito il 4 dicembre, in tredici brani il lavoro si propone di esplorare e superare i confini del terreno, della normalità per permettere all’esploratore di immergersi totalmente in un’atmosfera magica simile ad una cerimonia segreta.

Le nove cantanti del gruppo lavorano in armonia, combinando effetti vocali ricchi e vari, dalla polifonia corale alle tecniche vocali estese, il tutto finalizzato a dare forma, in un solo disco di cinquanta minuti, all’intero universo folkloristico universale. Canti oscuri e ritualistici si mescolano a lamenti e lallazioni, sussurri lontani echeggiano nella mente insieme al sovrastarsi continuo di tonalità differenti. Questo mix di sonorità viene accompagnato in modo leggero e parsimonioso da sottili entrate elettroniche e percussioni ritmiche che non servono a dare tempo o una base all’abilità vocale del gruppo, ma a rafforzare in alcuni punti l’armonia stessa, dandole spessore.

Se da un lato la struttura teorica del disco, complessa e variegata, si può intendere come un esperimento articolato, d’elezione, e quindi degno di un’attenzione particolare, ma anche di una comprensione più elastica, dall’altro non si può che storcere il naso. Non si comprende bene se Folklore sia un disco totalmente immerso nei primordiali e rurali concetti, o anche ricordi, appartenenti ai giorni più antichi dell’umanità o se sia soltanto un bizzarro esperimento vocale più vicino al mondo teatrale che al panorama musicale internazionale. La tecnica non manca, come non manca l’eccellenza compositiva, l’accorgimento strutturale o la precisione armonica, ma il risultato finale risulta stucchevole, a tratti fastidioso.

La vera difficoltà sta nell’inserire Folklore all’interno di un genere. Si tratta di ambient? Si tratta di noise? Si tratta proprio di folk? La risposta è sì e no contemporaneamente, e questo non può essere accettato. D’altro canto si potrebbe dire che il lavoro è un unicum, privo di genere, fuori da qualsiasi categoria, ma in questo caso si andrebbe a dover valutare il disco in relazione esclusivamente a se stesso e, come detto prima, risulterebbe così soltanto un bizzarro esperimento.




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