Tom Morello continua a scommettere su se stesso

Capitan Morello, dopo chilometri e chilometri di note suonate e di chitarre accarezzate sia con violenza sia con straniante delicatezza, in un passato trascorso tra Rage Against The Machine e Audioslave, approda finalmente ad un prodotto solista, nato probabilmente per dare nuova affermazione ad un personaggio ormai nell’ombra.

The Atlas Underground è il primo disco solista del chitarrista e attivista statunitense, conosciuto per l’eccentricità e la forza della propria chitarra: un macina note di buon livello, che però nella sua carriera ha avuto più successo per le proprie bizzarre scelte sonore, funzionanti ma allo stesso tempo stranianti, che per la propria tecnica o abilità. Insomma, Tom Morello potrebbe essere classificato come una persona che continuamente scommette su se stesso e sui propri progetti.

Lo fa anche con The Atlas Underground, prodotto per BMG Rights Management. Tom Morello prova a fronteggiare degnamente la scena moderna con una combinazione di sonorità e modulazioni moderne ma dal tocco familiare. Familiare nel senso che il classico “sopra le righe” firmato dall’ex RATM è ben riconoscibile per tutte e  tredici le tracce che compongono la sua ultima fatica.

Niente più smielate e dolci melodie, niente più graffianti ritmi di chitarra, Tom Morello qui si affida all’EDM, all’Hip-Hop, probabilmente eccedendo un po’.

Ciò che principalmente colpisce di The Atlas Underground è la varietà dei pezzi che spaziano tra diversi mood, molto spesso destabilizzando l’ascolto, quasi non ci fosse un’unica linea guida a creare coerenza.

Colpevole non solo la volontà di Morello di creare un prodotto “diverso”, fuori dagli schemi, ma anche l’aver richiesto la collaborazione di un numero spropositato di artisti provenienti da scene musicali diverse.

Il disco presenta, infatti, la partecipazione di professionisti del calibro di: Steve Aoki, Knife Party, Big Boi (Outkast), Killer Mike, Vic Mensa, RZA e GZA (Wu-Tang Clan), Gary Clark Jr., Portugal. The Man, Bassnectar, Marcus Mumford.

Un pool di artisti che meritano sicuramente una segnalazione, ma che si amalgamano in modo eccentrico all’interno di un calderone girato e rigirato un po’ troppe volte.

Il discorso musicale di Tom Morello non è errato, anzi, un ascolto ripetuto non dispiace ma allo stesso tempo non convince eccessivamente. Alcuni brani sono di grande impatto e sprigionano un’energia da non sottovalutare: Every Step That I Take, One Nation, How Long; mentre altri più che coinvolgere emotivamente e tecnicamente spiazzano in senso negativo. La miscellanea tra elettronica e rap di Roadrunner e Lead Poisoning si allontanano nettamente dal rock elettronico e dalla base EDM che Morello, al pari di TBB, ha saputo mettere in piedi nelle prime tracce.

Manca la coerenza quindi, in The Atlas Underground Morello ha voluto osare un po’ troppo, scivolando lì dove doveva ancorare ancora meglio i propri piedi. Il risultato finale è un ibrido che da una parte ha il sapore di un prodotto commerciale nato per splendere fortissimo solo per qualche istante, come un fuoco d’artificio appena lanciato per poi morire verso la fine, mentre dall’altra ha quell’aura di genialità che, purtroppo, non riesce ad esprimersi nella sua forma più pura.




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