Il sound abrasivo e potente dei Subtrees

Canzoni aspre, secche, essenziali, quelle di Polluted Roots, primo album di lunga durata dei Subtrees (gruppo bolognese costituito nel 2012 e composto da Roberto Lantadilla, alla voce e alla chitarra, Riccardo Pantalone, anch’egli alla chitarra, Nicola Venturo al basso e Alberto Lazzarini alla batteria) dopo l’EP On a broken rope uscito il 26 settembre del 2015.

Out il 22 ottobre u.s. per I Dischi del Minollo e Vollmer Industries, sette brani per circa quaranta minuti di ascolto musicale, Polluted Roots è una raccolta di canzoni arrabbiate, urlate e primitive che filtrano i messaggi che arrivano da una realtà problematica e malata.

I ritmi sono estenuanti e perentori e ad essi non è facile sfuggire. Canzoni come Syngamy, Everything’s Beautiful, Nothing Hurt, Reflections e tutte le altre presenti in questo disco costituiscono il marchio di fabbrica di una formazione dal sound abrasivo e potente che sarà certamente apprezzata, per questa sua opera, dagli amanti di un certo tipo di rock duro.

Ad imperversare, tra i solchi, sono il grunge, il post-rock e la psichedelia, tendenza musicale, quest’ultima, pienamente in tinta con i contenuti delle diverse canzoni che ruotano, legate da un filo conduttore che si dipana lungo tutto l’album, su temi psicologici quando non psichiatrici. Il fil rouge che lega i brani tra di loro, d’altra parte, fa di Polluted Roots, ne più ne meno, un concept album che si sviluppa partendo da una considerazione contenuta in La coscienza di Zeno, di Italo Svevo: “la vita è inquinata alle radici“.

“Ebbene Polluted Roots, sostengono i Subtrees, “è la riflessione di un albero storto, malconcio, che fa i conti con le proprie di radici. Inquinate, sia chiaro”.