La barriera corallina dei Selfless Orchestra

I Selfless Orchestra sono un super gruppo composto da ben 10 elementi formatosi a Perth, Australia nel 2018. Il 23 novembre è uscito per la label Stock Records, sia in copia fisica che sulle piattaforme digitali, Great Barrier, il primo album di questa particolare orchestra australiana.

Già perchè sia il nome della band, quanto la sua numerosità in termini di membri non lascia scampo ad equivoci. Siamo di fronte, come attestato anche dal sito web ufficiale del complesso, “ad una orchestra post-rock che ha lo scopo di creare spazi in cui convivono speranza e disperazione, dove il pubblico può essere educato e ispirato su temi di giustizia sociale e ambientale attraverso performance musicali poetiche”. 

Sicuramente un nobile fine ma passiamo a Great Barrier

Il disco si presenta con una bellissima copertina ad opera di Hugh Faulkuner, che raffigura le sagome di un uomo ed una donna che volteggiano nella barriera corallina, tra pesci, anemoni e tartarughe. Proprio la grande barriera, che si estende per 2300 km lungo le coste dell’Australia, infatti, è il tema centrale del disco, o perlomeno si può immaginare che le tredici canzoni che compongono Great Barrier siano il racconto in musica della movimentata vita delle creature che la abitano. 

Dal punto di vista della strumentazione in Great Barrier suonano, oltra a chitarre, basso, batteria e piano anche gli archi (viola, violino e violoncello), l’arpa e il flauto. Il risultato è un miscela di post rock, psych-pop e prog-rock.

Il lavoro si apre con Boundless Measureless, intro costruito principalmente su dialoghi di archi, che non si può fare a meno di tacciare di eccessiva confusione. 

La successiva Time is Flower che si articola in due parti per un totale di quasi tredici minuti di musica, è invece interessante. La prima parte, che si apre con arpeggi di chitarra e sviolinate leggere cresce progressivamente di intensità arricchendosi di elementi sonori, ritmici e melodici, fino ad assumere i connotati di una rincorsa inarrestabile. Dopo il picco di intensità arriva la seconda parte, che torna sull’arpeggio madre e dunque su atmosfere miti per poi riaccendersi nuovamente. Dopo il parlato di The Luxury Of Doing Nothing Very Much At All arriviamo alla seconda doppietta con False Bodies Pt I (innocence) e False Bodies Pt II (ignorance). La prima composizione si muove su sonorità innocenti mentra la seconda esaspera il sound precedente e gli strumenti (anche quello vocale) suonano con più veemenza. 

Menzionabili sono anche Whalesong, che fa rivivere le frequenze basse del canto delle balene accompagnandole con gli archi ed Eden Is Lost, che si mantiene piacevole fino al quarto minuto.

 Great Barrier è un lavoro strabordante di idee, talvolta buone, tradotte in messaggi sonori caotici e dissonanti. 

Nonostante il tentativo di far convivere gli archi col post-rock sia apprezzabile così come l’intuito di alternare momenti più rilassati a episodi maggiormente intensi, il risultato è un disco troppo complesso, troppo pieno di cose e poco armonioso.  




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