Sdang! Che figata!

Sdang! No tranquilli non è caduto nulla, questo onomatopeico nome sta ad indicare Alessandro Pedretti e Nicola Panteghini, musicisti attivi da parecchi anni sul territorio nazionale in collaborazione con artisti quali Ettore Giuradei, Colin Edwin, Paolo Cattaneo, Andrea Morricone, Veronica Marchi, Giancarlo Onorato, Alessandro Sipolo e molti altri che, nel 2014, si inventarono questo progetto così denominato trascinato dal motto: “raccontiamo storie senza parlare”.

E sì, effettivamente non servono né parole, né testi, se si dà il compito narrativo esclusivamente alla musica, protagonista del nuovo disco Il paese dei camini spenti, uscito il 30 novembre 2018 per EdisonBox Records e DreaminGorilla.

Il disco è un concept album esclusivamente musicato che prosegue il discorso iniziato con Il giorno delle altalene e La malinconia delle fate, primi due dischi della band bresciana. Lasciando spazio all’immaginazione dell’ascoltatore i due musicisti decidono di affidare ai titoli dei brani l’ancora delle suggestioni, motivo per immergersi completamente nelle vie di questo misterioso paese per un vagabondaggio di circa 35 minuti che inizia con delle gocce di pioggia fino a narrare di quotidianità, di passato o anche di storia.

È sul serio suggestivo l’intero mix narrante, l’ausilio interpretativo vien dato dalle spiegazioni tracks by tracks a corredo del press kit (e spero anche del package del disco), oltre che dall’intitolazione, didascalica, di ogni pezzo, dalla traccia omonima traghettatrice su un letto di pianoforte si approda a Il campanile oltre la nebbia, in cui è capo indiscusso un riff di chitarra malioso, fino all’approdo con un’eco al Forse dopo la cena verrà la neve.

Belle e ricercate le composizioni musicali, dal jazz più entusiasta, con riff e beat enigmatici, al rock chitarroso più captico, con velocità vorticose e ammalianti, è il caso de Il meccanismo dell’orologio. Inaspettato anche l’incrocio rock, tra il doom ed il prog, di Tre vecchie streghe: “…La porta d’ingresso si spalanca, entrano tre signore anziane, una lenta marcia fino ad un appartamento del secondo piano.
Nessuno ha mai visto l’essere deforme che ci vive, accudito dalle vecchie.

Se dovessi descrivere l’album con un’esclamazione esordirei con un “Che figata!”, effettivamente era da un po’ che non mi immergevo così a pieno in circoli tanto sperimentali quanto tradizionali, a meno che non trattasi del math rock, decisamente sul pezzo dell’improvvisazione e dello scenografico.

Sdang! è sicuramente un duo italiano che ci sa fottutamente fare!




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