Detritus: storia di una lunga genesi

Necessita un approfondimento la genesi di Detritus, in uscita il 14 maggio 2021 per One Little Independent/Bertus. Le radici del terzo disco solista di Sarah Neufeld vanno ricercate tornando indietro sino al 2015, quando la coreografa e ballerina Peggy Baker scelse la violinista come collaboratrice per una serie di live fra musica e danza.

Da quel momento i percorsi delle due artiste entrarono sempre più in contatto fino ad arrivare alla creazione da parte della Neufeld di una coreografia per il corpo di ballo della Baker. L’esperienza vide la luce nel 2019, quando un lungo tour sancì non solo la riuscita della partnership, ma anche l’inizio di Detritus.

Infatti, riprendendo quel materiale, la violinista di Arcade Fire e Bell Orchestre si rese conto della possibilità di arrangiarlo ulteriormente con inserti elettronici, batterie e voci effettate, dando una forma diversa al suo progetto iniziale.

Il mondo oscuro ed etereo ricreato dall’album si presenta in tutta la sua interezza sin dalla traccia d’apertura, Stories, che dà modo al violino e ad una voce celestiale di ricreare un pathos intenso, leitmotiv del disco. Già dal secondo brano, Unreflected, l’attenzione si sposta su un versante più introspettivo, facendo intravedere quelle tensioni prima sotterranee e poi evidenti che andranno a ricoprire l’intera durata dell’album.

Un lavoro che non lascia da parte le prospettive da camera tanto care alla Neufeld, come dimostra non solo la struggente malinconia di With Love And Blindness, ma anche un lungo brano dal sapore epico ed imperioso come Tumble Down the Undecided, che attraverso un lungo climax tormentato si lascia andare in un impetuoso vortice sonoro, risultando il momento migliore dell’album.

Non tutti gli elementi di Detritus convincono pienamente e l’album alla lunga risente di una certa stucchevolezza inedita per Sarah Neufeld, a causa di un uso forse troppo massiccio di voci ed alcuni episodi tirati alla lunga.

Tuttavia, ciò non intacca il valore complessivo dell’album, che rimane un esperimento godibile e riuscito. L’intento della violinista canadese, infatti, arriva all’ascoltatore, capace di percepire il mutamento di forma attraversato dal materiale musicale.




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