Alcune storie sono destinate a non finire: il terzo disco dei Pullman
Il termine “supergruppo” è quanto di più stantio e vago ci possa essere nella critica musicale, ma come descrivere altrimenti un gruppo che fra le sue file può annoverare componenti di Tortoise, Come e Rex? Band che, per giunta, aveva fatto perdere le sue tracce da oltre due decenni.
Stiamo parlando dei Pullman, una delle tante incarnazioni di quella Chicago mai doma, né oggi, né, soprattutto, alla fine degli anni ’90, quando Doug McCombs, Curtis Harvey, Bundy K. Brown, Chris Brokaw e, in seguito, Tim Barnes, diedero vita al progetto Pullman.
Solo due album che gridavano sì Chicago School, nelle costruzioni post-rock, nella costante volontà di contaminazione e nell’incontro con la musica colta, ma che riuscivano anche a districarsi alla ricerca di un’identità propria che, soprattutto nel debutto Turnstyles and Junkpiles (1998), era rappresentata da quell’american primitivism di John Fahey declinata in chiave contemporanea. Non a caso, già nel successivo Viewfinder (2001) si può sentire a tutti gli effetti un disco post-rock nella struttura, per quanto ancora estremamente folk nell’ideologia e nel cuore.
Il tempo passa e, nel silenzio, non sempre porta con sé buone notizie. Nel 2021 a Tim Barnes viene diagnosticato l’Alzheimer e assieme a Bundy K. Brown inizia a lavorare a nuova musica, circondandosi dei tanti collaboratori che hanno segnato la sua carriera musicale.
Ma quello che doveva essere un singolo brano in una compilation ha preso forma fino a diventare un album: III, in uscita il 9 gennaio 2026 per Western Vinyl, è a tutti gli effetti il terzo disco dei Pullman. C’è inevitabilmente una patina malinconica, spesso nostalgica, nei sei brani di un disco nato in circostanze insperate ed inaspettate. C’è soprattutto una riflessione sul potere della musica, capace di superare anche gli ostacoli di quel maledetto tempo prima evocato.
Ma ci sono anche tutte le caratteristiche che è lecito aspettarsi da un disco dei Pullman, seppur a 25 anni di distanza. Costruzioni post-rock senza mai essere davvero post-rock, climax nati solo per raccontare una storia folk e mai tesi ad esplodere, l’ambient che sembra abbracciare il country (!) pastorale come se fosse la cosa più naturale possibile, il silenzio che a volte si insinua fra le pieghe del brano, altre volte si esplicita in modo netto come nella coda della struggente Thirteen.
Le chitarre si intrecciano, scambiano fra loro non solo toni e suoni ma anche idee, melodie, ricordi che prendono forma soprattutto nel brano più corposo del disco, October, che con i suoi 13 minuti abbondanti racchiude un po’ tutto sia a livello musicale che ideologico. Stavolta la struttura è davvero di matrice post-rock, ma ancora una volta è lo spirito folk a tinteggiare un brano che passa dall’essere bucolico all’oscuro in pochi attimi, riuscendo a mettere insieme le due cose senza contraddizioni. Non è un caso che dopo un viaggio così lungo, dopo così tanta vita, ci sia un momento di necessaria brevità: i 46 secondi di Valence, con il suo vocio, sono un paradigma esistenziale ancor prima che sonoro.
Il terzo disco dei Pullman è un disco che nasce da un’urgenza, per utilizzare un’altra parola stantia nella critica musicale, ma che per una volta può essere utile data la naturalezza e la grazia con cui è stato concepito l’album. III non mira a rivoluzionare né il panorama musicale né la discografia stessa del gruppo; semmai, aggiunge un tassello ulteriore a una storia che era destinata a non morire vent’anni fa. E va benissimo così.
Classe ’99, laureato in Lettere moderne e alla magistrale di Filologia moderna alla Federico II di Napoli.
La musica e il cinema le passioni di una vita, dalla nascita interista per passione e sofferenza.
