Gigaton: un’occasione sprecata

Sarebbe a dir poco fazioso e irritante il solito discorso sulle vecchie glorie non più in grado di replicare i fasti di una volta. Allo stesso modo avrebbe veramente poco senso bocciare Gigaton, ultima fatica dei Pearl Jam in uscita il 27 marzo 2020 per Monkeywrench / Republic Records, solo per una mera questione temporale. L’abbiamo capito da decenni, dall’inizio del nuovo millennio, che i picchi dei primi tre album non sarebbero stati più raggiunti. Si tratta del corso naturale del tempo, inesorabile e implacabile, anche per chi ha influenzato generazioni e ha scritto pagine di storia.

Gigaton, e va detto subito come premessa, non funziona non per motivi di nostalgia anacronistica, perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Ciò che più infastidisce di un album come questo è la totale mancanza, salvo pochi episodi isolati, di ispirazione. E non si parla di sperimentazione, d’altronde sarebbe inutile aspettarsi un cambiamento radicale da parte di un gruppo che non ha mai variato eccessivamente il proprio sound.

E ciò che infastidisce ancora di più sta nella premessa: il singolo Dance of Clairvoyants, pur non inventando niente di nuovo nelle sue trame new wave anni ’80, dava l’impressione di un’innovazione, leggera ma effettiva, nello stile della band di Seattle. Un’idea prontamente smentita in Gigaton, un lavoro classico nel senso più puro del termine.

Senza girarci attorno, è un problema evidente di composizione, perché sono le canzoni a mancare. Che sia il palese richiamo a Ten di Quick Escape o ancora peggio quello ai lavori più recenti di Alright, si avverte con il passare dei minuti una crescente stanchezza nei Pearl Jam. Una sensazione che si trascina per l’intera durata dell’album, com’è evidente dal piattume dei prevedibili ritmi di Buckle Up o ancora peggio dalla ballad Comes Then Goes, a metà fra country e americana, priva non solo di mordente ma anche di pathos, così come Never Destination, che ha tutta l’aria di essere un esercizio di stile messo lì come riempitivo.

Non manca qualche spunto interessante: oltre al già citato singolo Dance of Clairvoyants, in apertura la grintosa Who Ever Said è il miglior pezzo dell’album fra quelli classici, scritta e strutturata bene in un climax collettivo che esplode a metà brano.

Era prevedibile e scontato non aspettarsi un album essenziale in Gigaton, ma ciò che più dispiace è rimanere con la sensazione, dopo 57 minuti di musica, di un’occasione sprecata.

Saranno sicuramente felici i fan di vecchia data, tutti gli altri passeranno oltre.




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