Dell’odio dell’innocenza: il mondo interpretato da Paolo Benvegnù

Avevamo lasciato Paolo Benvegnù alle prese con I Racconti delle nebbie, uscito l’anno scorso, in collaborazione con lo scrittore Nicholas Ciuferri. Non una raccolta di inediti ma un lavoro trasversale in grado di unire due mondi apparentemente separati, ma intrinsecamente legati, com’è evidente dalla forte letterarietà presente nella musica dell’artista milanese.

Un disco di pezzi nuovi mancava da ben tre anni, dalla buona prova H3+, fino al 6 marzo 2020, data d’uscita di Dell’odio dell’innocenza, fuori via Black Candy. Un lavoro che nasce da un evento onirico, a metà fra realtà e fantasia: Benvegnù riceve una busta contenente un CD con dei pezzi, e decide di interpretarli.

Un po’ come Manzoni ne I Promessi Sposi, il Nostro si sente slegato da ogni responsabilità del contenuto, libero nella resa effettiva dell’album. E se su quella busta c’è scritto “Per Paolo Benvegnù”, un motivo c’è: sin dal primo brano, La nostra vita innocente, è evidente quanto si sia immedesimato nel pezzo, quanto la sua voce calda riesca a sposarsi con un testo emotivo e intimo.

Il singolo Pietre è decisamente più dinamico, un inno alla vita sui generis, fatto di attese, di silenzi, di piccoli momenti necessari che sono andati persi. Infinito, paradossalmente, si articola in più atti, andando a sottolineare i problemi e la mancanza di sicurezze dell’uomo: e non è un caso se in Infinito 1 Benvegnù canta “ma il mondo che vedete non esiste, e tutto ciò che avete non esiste, esisto solo io”.

La Soluzione è uno spaccato sull’esistenza e le sue sfaccettature, che spaziano dalla routine quotidiana ai desideri più lontani, rappresentati dalla luna, bella e imprendibile. Il cerchio onirico si chiude con Non torniamo più, dalle tinte delicate e immacolate, proprio come in un bel sogno dal quale non vogliamo svegliarci.

Complessivamente, Dell’odio dell’innocenza è un buon lavoro, elegante e profondo. Paolo Benvegnù mostra il suo lato più introspettivo e personale, oltre che quello di abile interprete.

Se non v’è dispiaciuto affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritto, e anche un pochino a chi l’ha raccomodato. Se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta” (Alessandro Manzoni – I Promessi Sposi, capitolo XXXVIII).




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