Otso Lähdeoja è pronto a svelarci un segreto sulla musica, ma prima ha una domanda per noi: dov’è l’orizzonte della nostra immaginazione?

Finlandia, 02 Luglio 2019. Un compositore, musicista e studioso della musica elettronica, che risponde al nome di Otso Lähdeoja, si offre di raccontarci una storia che lui giura essere vera, o quantomeno plausibile. Questa storia parla del filo rosso che collega la musica acustica con quella elettronica, la realtà con l’immaginazione, il passato con il futuro. Otso Lähdeoja conosce le trame della musica molto bene, legge fra le righe degli spartiti, evidentemente conosce segreti che a noi sono ancora ignoti, ma si offre di aiutarci. Questa storia ha un titolo, si chiama AAVE, ed inizia con una domanda: nell’antropocene, quando tutte le terre sono state reclamate, tutte le vette sono state conquistate, ogni specie è stata scoperta e catalogata, dov’è l’orizzonte della nostra immaginazione?

È la notte di Halloween del 2022. Sono le 20:38, e in un piccolo appartamento del centro un bizzarro uomo con la testa d’orso è chino sul suo sintetizzatore. Alla fioca luce di una lampada da tavolo, l’uomo preme dei tasti che somigliano molto a quelli di un pianoforte, gira manopole, regola frequenze, inserisce e toglie suoni. Nell’apparente caos che contraddistingue i riverberi, i synth, le sonorità cupe e fantascientifiche che permeano l’aria, l’uomo orso si muove con grazia e disinvoltura; sa perfettamente cosa sta facendo, ed è un rituale antico quello che lui è intenzionato a completare. Voci distanti si levano dal sottofondo, appaiono immagini sfocate di quella che sembra una villa di campagna, accarezzata da una tiepida luce arancione.

È l’estate del 1952, e in quella casa sono da poco passate le 6 del mattino. I suoni della natura che si sveglia entrano dall’enorme finestra della sala dei ricevimenti, portati dal vento che smuove appena le tende di velluto bianco. Sembra che gli inquilini della villa siano ancora tutti immersi in un sonno profondo; tutti, tranne uno. Si odono dei passi per le scale, e una donna in abito cipria entra nell’ampia sala, si siede al pianoforte, accarezza i tasti con le dita affusolate, accenna una melodia. C’è una strana elettricità nell’aria, e lei la percepisce. Nella villa tutti dormono, lei è sola nella stanza, eppure è certa che qualcuno la stia ascoltando con grande attenzione.

Per un attimo, l’uomo orso ha l’impressione di sentire il soffio del vento estivo, e capisce che sta facendo tutto nel modo giusto. Un respiro profondo, poi riprende a suonare. Ordina alla sua strumentazione di produrre suoni morbidi, ondulati, apre e chiude canali per dare alle note una sinuosità bizzarra. Sembra quasi che stia cercando di sintonizzarsi sulle frequenze giuste, perché ora le immagini del lontano passato cominciano a farsi più nitide. Quando trova il punto esatto, i suoi strumenti lo avvertono del successo, in un moltiplicarsi di suoni acuti ed elettrici che somiglia ad uno sciame di grilli impazziti.

Ora l’uomo orso vede la donna in abito cipria con chiarezza, ne osserva la capigliatura vaporosa e la fluidità dei movimenti mentre affonda con le dita sui tasti del pianoforte. Manca ancora qualcosa, però. I suoni attraversano il collegamento e ne escono spezzati, distorti, il vibrare delle corde del piano si mescola al rumore di legno che si assesta, al vento che spazza la campagna. Le note diventano lunghissime e si frantumano in mille pezzi, creando dissonanze assordanti.

L’uomo orso comincia ad agitarsi. C’è qualcosa di sbagliato, e lui comincia a disegnare frenetiche traiettorie sui suoi strumenti per cercare di correggere il violento feedback che lo ha investito. Per un attimo, pare quasi che riesca a riprendere il controllo, ma non ne ha mai l’assoluta certezza, perché adesso le immagini mostrano la stessa villa, forse molti anni dopo, in rovina; le tende strappate, il pavimento polveroso, il pianoforte avvolto da infinite ragnatele. Eppure le note suonate sono ancora lì, echeggiano nella sala svuotata del mobilio, e in fin dei conti l’uomo orso è a caccia soltanto di quelle. Perciò le insegue, con le mani e con la mente, per interminabili minuti. Quando pare che le abbia finalmente afferrate, arriva il silenzio.

È una mattina estiva del 31 Ottobre 1952, sono da poco passate le 9 di sera. Una donna in abito cipria passeggia per il piccolo appartamento del centro, si guarda intorno con calma e curiosità. Quando vede il sintetizzatore, la familiare alternanza del bianco e del nero dei tasti, si avvicina e comincia a suonare. La melodia è cupa, ma intrisa di grazia e spontaneità. C’è qualcosa di magico nella confusione tra il vociare sintetico dello strano strumento e quello più familiare del pianoforte. La donna in cipria accenna un sorriso. Così è perfetto, pensa.




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